Bobo ha 25 anni!

Sono passati venticinque anni. Sono passati venticinque anni da quando Sergio Staino, insegnante di applicazioni tecniche a Scandicci, prese un foglio e cominciò a disegnare un personaggio. Un personaggio che gli assomigliava. Barba, occhiali, un’ispida e intenerita umanità. Un misto di amore per le donne e per la vita, di scetticismo, intelligenza, rabbia, ingenuità, voglia di giocare con le cose come un bambino, perduto fra le chiacchiere delle donne come in un sogno di Fellini, perso nelle città del mondo come un personaggio di Wenders ma con più anima, più cuore, più ironia. Era nato Bobo.

 

Era il 10 ottobre 1979. Da allora, Bobo ha cominciato ad esistere per lui, e per noi. Noi che abbiamo aspettato le sue strisce per tutto il mese, quando apparivano su “Linus”. E poi ogni settimana, quando usciva “Tango”, il settimanale satirico, inserto dell’ “Unità”, che Staino dirigeva. E nei mille altri luoghi di carta che Bobo ha abitato. Raccontando come eravamo, come siamo, come vorremmo essere.

Da quel giorno, se ne sono accorti anche i grandi studiosi dei fenomeni di cultura, come Umberto Eco, che tra l’altro a Bobo assomiglia un bel po’: stessa barba, stessi occhiali, stessa ironia. Intanto Staino è diventato amico di Tabucchi, di Guccini, di Paolo Hendel, di Adriano Sofri e d chissà quanti altri. Raggiungiamo Sergio Staino, padre e fratello di Bobo, nel suo studio di Scandicci. Da domani a sabato, al Teatro del Sale di Firenze (via dei Macci, 111r) lo festeggeranno i suoi numerosi amici, venuti da tutta Italia. Tra un segno e un disegno, gli chiediamo di raccontarci la storia del suo personaggio. E non solo quella.

Sergio, come è che nacque tutto?
Nacque, come spesso accade, per disperazione. Ero un uomo inquieto, in crisi. Cercavo che cosa fare da grande. Avevo appena avuto Ilaria, la mia prima figlia, ma Bruna, la donna con cui stavo, essendo peruviana non poteva lavorare in Italia. Una legge stava per dimezzare il numero degli insegnanti di applicazioni tecniche, e io avrei perso il lavoro. Presi una matita, e cominciai a disegnare un fumetto.

E…?
Piacque a Oreste Del Buono, direttore di ‘Linus’. Il primo tratto di matita il 10 ottobre; nel dicembre 1979 era già su ‘Linus’. Dopo pochi mesi, le collaborazioni con ‘Panorama’ e col ‘Messaggero’. Tutto il primo anno ho avuto paura di risvegliarmi da un sogno.

Come nacque l’immagine di Bobo?
Tutto d’istinto. Anche il nome. Mi sono reso conto dopo che forse Bobo – e sua moglie, Bibi – venivano da capitan Cocoricò, un vecchio fumetto degli anni della mia infanzia, dove c’erano Bibì e Bibò. Ma ci ho pensato dopo.

Bobo è arrabbiato, disilluso, romantico, democratico, di sinistra. Eppure la sua è quasi una famiglia-tipo: moglie, due figli – Ilaria e Michele -, una casetta in campagna…
Bobo, in questo, mi assomiglia. Credo di avere una mentalità aperta a tutte le convivenze: uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna, uomo-carro attrezzi… Però, casualmente, io sono molto ‘wojtiliano’ nella mia vita. Da 31 anni sono insieme a Bruna. E’ stato il caso della mia vita: trovare un grande amore.

Chi è che si è arrabbiato di più per le vignette politiche di Bobo?
Nei suoi anni di auge, Bettino Craxi. La prendeva in modo personale, scrisse anche degli editoriali dell’ ‘Avanti’ contro di me. Poi D’Alema, e ultimamente Rutelli. Ma chi si arrabbia contro le mie vignette, in qualche modo mi fa un complimento: attribuisce loro un’importanza, una forza.

Berlusconi?
Non so se conosce Bobo. Credo che pensi che chi legge Bobo non voterebbe comunque per lui. Berlusconi soffre molto più le vignette del mio amico Giannelli, perché appaiono su un giornale ‘borghese’ come il Corriere della Sera. Giannelli va a intaccare il ‘suo’ elettorato, quello di centro. Per questo invidio Giannelli…

Giannelli è toscano, come Castellani, Fremura, Mannelli, Vauro, Giuliano, Bucchi… Ma perché i migliori vignettisti crescono qui?
In Toscana ci allevano con il sarcasmo e l’ironia. Già da piccolo ti prendono in giro; è una forma di affetto timido, che non capiscono nelle altre parti d’Italia. Come gesto d’affetto, mia madre mi diceva ‘madonna come tu sei grullo’…

Come è cambiata la satira, come sono cambiate le vignette in questi anni?
Sono cambiati i giornali. Vent’anni fa erano grigi e seriosi, una vignetta sembrava un miracolo di allegria e colore. Oggi i giornali hanno titoli ironici in ogni pagina. Le vignette, per sopravvivere, devono essere di altissima qualità.

Come è cambiato Sergio Staino?
Purtroppo non ci vede quasi più. Avrei continuato anche a fare cinema, o qualche regia di teatro, ma non riesco più a vedere l’espressione delle persone. Riesco a disegnare le vignette, con gli occhi a pochissimi centimetri di distanza dal foglio. Ma ho sempre paura di non vedere un gradino e spaccarmi la spina dorsale.

Un sogno?
Che vada avanti la ricerca sulle cellule staminali. Per curare degenerazioni organiche come la mia retinopatia, e i problemi gravi, neurologici e non, della salute di molti. Impedire questa ricerca è un retaggio del Medio Evo.

Intervista di Giovanni Bogani

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