Doppia
intervista Guccini / Staino -
Raccolta
da Giovanni Bogani al Teatro del Sale in occasione del 25°
compleanno di Bobo
Piccola storia ignobile, non
ne scriverò altre. Avevo diciannove anni, una forza incontrollabile
in corpo e un biglietto di treno in mano. Il treno ciuffettante
si arrampicava per l’Appennino pistoiese: Ponte della
Venturina, scendere. Poi due chilometri sul ciglio della camionabile,
tra manifesti di orchestre di liscio in livrea rossa e annunci
bordati di nero, nonne di 86 anni volate via. Alla fine arrivare
a quel nulla di paese che era, per me, mitico come l’Eldorado,
come Atlantide, come Shangri-La: Pavana. Bussare a una porta
di legno, trovarselo davanti: Francesco Guccini . Ed era come
se ti apparisse la Madonna. Perché le avevi ascoltate,
le sue canzoni, le avevi amate, ti avevano insegnato a vivere
meglio dei libri e degli amici, perché ci trovavi voglia
di vivere e nostalgia, le tue stesse inquietudini, ansie e dolcezza,
malinconia, letteratura, vita vera e vissuta. L’odore
di rivoluzioni che non avevi vissuto, che non avresti vissuto
mai. Ed era lì davanti a te, due metri di poeta montanaro.
Stava mangiando pane, olio e sale. E tu lo mangiasti per mesi,
come per rubarlo così, ingenuamente, il segreto di tanta
poesia.
Ci andasti ancora. E uno di
quei pomeriggi Guccini prese la sua chitarra, te la mise in
braccio e ti insegnò il giro del blues, e tu lo prendesti
come una segreta iniziazione… E altre volte nella mitica
casa in via Paolo Fabbri 43, a Bologna. C’era Bonvi, il
disegnatore delle Sturmtruppen, bimbo di cinquant’anni
con la faccia da Klaus Kinski. Accanto c’era la casa del
Pensionato, eroe inconsapevole di una sua canzone, e in casa,
sgambettava minuscola la figlia, “culodritto”. Un
universo di canzoni che diventava realtà. Come abitare
in un film.
E ora te lo ritrovi, Francesco
Guccini da Pavana, maestro cantore, poeta in ottava rima, folksinger
e chansonnier d’Appennino. Lo ritrovi al compleanno di
Bobo, il personaggio a fumetti di Sergio Staino. Al Teatro del
Sale di Firenze, le due barbe si incontrano. Il disegnatore
toscano figlio di un ragazzo di Calabria, e il cantastorie nato
dove Toscana ed Emilia confondono le loro acque e le loro storie
millenarie.
Si abbracciano. Uno nato a giugno,
l’altro ad agosto dello stesso anno, 1940. I giorni in
cui la Mascella gridava in piazza Venezia, e l’Italia
stava per pagare il conto delle “decisioni irrevocabili”.
Bambini di guerra, adolescenti di anni ’50 entusiasti
e improvvisati, innamorati di musica e fumetti.
Francesco,
ma come vi siete conosciuti, lei e Staino?
Il mio grande sogno è sempre stato disegnare fumetti:
Sergio avrebbe voluto scrivere canzoni. Ognuno invidia il mestiere
dell’altro. Io sono cresciuto con Paperino, con i fumetti
lasciati dai soldati americani. E per un periodo ho anche disegnato.
Che
cosa?
Andava di moda decorare i risvolti dei jeans. Io li disegnavo.
Mi ispiravo ai fumetti, a Paperino, a Tex Willer. Poi, anni
‘80, leggo una striscia di Bobo che va a un concerto di
Renato Zero con il suo amico, Molotov. E alla fine, sconsolati,
si chiedono: ma quando è il prossimo concerto di Guccini?
Mandai a Staino un biglietto di ringraziamento per quella striscia.
Accanto
a lui c’è Staino. Gli chiediamo la sua versione
dell’incontro. Sergio,
e poi?
Io non capivo la firma di quel biglietto. Ci ho messo giorni
a decifrarla. Quando ho capito che era Guccini, mi è
preso un colpo. Gli ho mandato un disegno di risposta. E così
è nata un’amicizia che dura da vent’anni.
Che
cosa vi unisce?
Da una parte, il punto di vista politico sulle cose. Forse anche
l’essere cresciuti negli stessi anni, in due mondi di
campagna simili. E poi il punto di vista umano, una tenerezza
di fondo. ‘La locomotiva’ è la mia canzone
preferita. E quando ho illustrato ‘Il vecchio e il bambino’,
mi è sembrato di coronare un sogno.
Guccini,
la Toscana per lei è un’eredità di parole
dentro il dialetto emiliano, il tifo per la Pistoiese, e un
amore fiorentino dei vent’anni. Che cosa d’altro?
Quell’amore fu anche il mio primo incontro con Firenze:
ricordo piazza San Marco, dove ci incontrammo. Era la primavera
del ’59, lei aveva sedici anni. E poi, banalmente, la
Toscana è anche i sapori di certi cibi.
Lei
è uno dei fondatori di slow food. Quali cibi preferisce?
Era un caso quel pane e olio?
Assolutamente no. Mi piacciono tutti i cibi semplici, e il pane
toscano più di ogni altro. Il prosciutto. Non quelli
mollicci e dolci: quello salato, forte. Un mio amico toscano
lo fa stagionare sotto la cenere: è fantastico. E la
finocchiona, e i ciccioli appena fatti. Insomma, sono poco emiliano,
da un punto di vista culinario. Eccezion fatta per la mia droga.
I tortellini in brodo.
Produzioni
letterarie. Lei ha scritto romanzi autobiografici, dizionari
del dialetto pavanese, thriller. Il nuovo lavoro quale sarà?
Un altro giallo scritto insieme a Loriano Macchiavelli. Ancora
senza titolo. Ambientato nel ‘60, su un presunto crimine
di guerra partigiana. Sembra che un tribunale partigiano abbia
fatto fucilare un uomo. Ma ci saranno molte sorprese. E’
una risposta al revisionismo infuriato intorno alla Resistenza,
a quelli che in questi anni hanno ‘scoperto’ le
violenze dei partigiani.
Concerti?
Con calma. A febbraio e a marzo. E mai d’estate.
Già.
Perché questo suo mestiere che infiamma e brucia, lui
lo prende col calma, con il passo antico dei montanari, con
la saggezza di generazioni e millenni sedimentate nel suo corpo
da gigante.
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