La guerra di Bobo

La maggior parte delle immagini che i lettori conoscono del teatro di Sergio Staino, rappresentano un padre, una madre e figli sempre piccoli anche se il tempo passa: rifiutano di crescere, quindi affrontare la vita, fino a quando il padre mediatore delle idee che brontolano fuori dalla finestra, non rassicura l’ansia dei loro «perché». Perché si fa la guerra. Perché i bambini fuori muoiono di fame mentre i bambini dentro si annoiano con videotelefonini, tv interattive, biscotti ai grassi di balena. Perché i nonni sono diventati sanguisughe col vizio di pensioni che minacciano il futuro della società. Perché gli affari possono prosperare solo schiacciando le persone e - se serve - liberandole dalla libertà di non essere d’accordo: qualche missile sulle loro case, e se un mozzicone resiste, arrivano i bulldozer a spianare le illusioni. La gente può diventare inutile, soprattutto pericolosa, se impaccia il grande disegno del grande potere.

La guerra di Peter è l’ultimo capitolo di questi perché: doveroso ripassarli in vacanza. Lo pubblica Coconino Press, racconto di 80 grandi pagine (euro 12) tra disegno e canzoni. Trasforma il piacere dell’ironia praticata da Staino con tormenti quotidiani, in una narrazione sospesa tra il sorriso e la catastrofe. Ecco perché prima di decidersi a diventare adulti gli Staino-figli vogliono garanzie su qualcosa che trasformi il pane della mensa nell’elevazione spirituale e morale delle quali ogni giovinezza è convinta di poter godere.

Disegno e canzone aprono La guerra di Peter, anticipando i dubbi. L’ 11 settembre la statua della libertà piange sulla porta della famigliola. Bobo e i ragazzi si commuovono davanti alla lacrime di una signora smarrita per la nobiltà insultata, anche se un solo momento: «Prego, si accomodi… ». I versi di un tango di Gardel riassumono le contorsioni del padrone di casa: «Volvio una noche/non la esperava…». Una notte è tornata, non la aspettavo, c’era nel suo volto tanta ansietà, e non ho avuto il coraggio di ricordarle, i suoi tradimenti e la sua crudeltà».

Staino, Altan, Giannelli, Elle Kappa, Vauro, Pericoli-Pirella, Forattini e gli altri, sono le prime analisi sulle quali al mattino si piegano i lettori. Non proprio analisi: mediazione fantastica tra i fremiti suscitati dalle informazioni Tg e le conseguenze che le informazioni nascondono nelle pieghe di ogni giorno. Le finestre dei disegni mescolano il commento alla notizia, come non si dovrebbe, ma è proprio il sacrilegio a sedurre chi ormai non sopporta l’ipocrisia dell’ottimismo rassicurante distribuito dagli infermieri dei governi. Nella deformazione della politica e del costume, il lettore pretende una conferma del giudizio che lo agita, consapevole che senza potenti maramaldi e le risciacquature dei loro cortigiani, anche Staino e gli altri sarebbero costretti agli sbadigli dei salotti, limbo caro ai benpensanti beneducati. Per fortuna Staino e gli altri hanno attraversato gli anni di Nixon e Reagan, Vietnam e Iraq, Licio Gelli e discendenti P2, Berlusconi e Bossi, Bin Laden e Bush. Non importa chi comanda; importante è non srotolare tappeti. I protagonisti della satira non appartengono ad un partito, sono solo «di parte» ( come ripete Staino ). Servono da valvola di sicurezza quando la maggioranza della gente è passata all’opposizione e il governo fa finta di non saperlo. Perfino chi guardava con ironia invisibile le opere di Hitler e Mussolini, disegnava cronache sorvegliatissime pensando all’eternità tanto che oggi é possibile riprodurle con appena piccoli adattamenti. Solo sfumature. Nel Bertoldo di Guareschi e Mosca, 1942, fedeli raccolti fra le macerie di una chiesa bombardata sorridono con aria di trionfo: «Avendo per soffitto il cielo, pregheremo meglio per la vittoria finale». Titolo del disegno: è passata la Raf, mitiche squadriglie inglesi. Sessant’anni dopo cosa è cambiato nelle moschee strapazzate dell’Iraq? Bombe e paura e la gente sempre sotto convinta di farcela, prima o poi.

Nell’Iraq di oggi, Peter é il marine immobile col piede su una mina, forse italiana. Se alza il piede, scoppia: «Io che ho combattuto, quelli che si fan scoppiare nel nome di Dio, paradossalmente scoppio io». Ma qualcosa è cambiato. Non scoppia da solo. Scoppia davanti a tremila giornalisti accorsi per trasmettere il diretta il suo boom e far capire a chi guarda svogliato davanti al piatto della cena, la vergogna degli agguati ai nostri bravi ragazzi impegnati a liberare i fanatici dell’islam. «Fermati Peter, fermati adesso/lascia che il vento ti passi un po’ addosso/dei morti in battaglia ti porti la voce…/chi diede la vita/ebbe in cambio la croce». Peter e Staino cantano Fabrizio De André. Peter, il marine, spara con l’anima in spalla per confermare il potere che un altro Peters ( «s» teutonica ) aveva disegnato negli anni ’70: Arno Peters, svizzero tedesco, rivisitava la carta di tutti gli atlanti del mondo composta dal cartografo Mercatore a metà del Cinquecento nella scuola geografica di Lovanio. Gli accademici la ritengono ancora attuale. Si sono spostati solo i confini inghiottendo paesi e inventandone altri sempre rispettando la dimensione dei territori. Ma il Peters svizzero non è d’accordo: la dimensione dei paesi deve rapportare i suoi chilometri quadrati alla potenza degli eserciti, alla dimensione delle banche, alla voracità delle multinazionali. Ecco che l’immagine del mondo deforma le prospettive adeguandole al censo: Belgio più grande del Congo, Stati Uniti tre volte il Brasile.

Come farà Bobo a convincere i ragazzi a crescere se le cose stanno così ? Sotto le bombe dei liberatori, l’iracheno del suk canta la sua malinconia: «Monastero di Bassora/tengo o core scuro, scuro/ma perché ogni sera/penso all’Iraq che non c'è». Ormai fumo e macerie avvolgono i distributori Esso. Inteneriscono i cuori dei girotondi che non vogliono la guerra. Eppure Bobo non si tira indietro nel confessare le abitudini inossidabili della nostra civiltà. Moglie dal benzinaio: «Fatti dare i bollini premio». «Ma non dovevamo boicottare la Esso?». «Hai ragione, appena mi regalano il lettore cd, cambiamo». Insomma, appena finite le vacanze ricominciamo a protestare.

Un padre con bambino per mano attraversa le pianure bruciate dalla guerra con i versi di Guccini: «I vecchi non sanno/nel loro pensiero/distinguere nei sogni/il falso dal vero./E il vecchio diceva guardando lontano/immagina questo coperto di grano/immagina i frutti, immagina i fiori/e pensa alle voci e pensa ai colori». Alle Terme Mediorientali attentati e repressioni arrivano come un brusio. Staino raccoglie il bon ton di due scheletri addobbati a festa: «Madame Europa, ha sentito un rumore?», domanda il teschio col cilindro dello zio Sam. «Un botto, ma lontano…», sospiro dello scheletro abito da sera rosa. Angoscia che non cerca il sorriso. Quale futuro può raccomandare Staino ai bambini che non crescono fino a quando non avranno risposta ai loro perché?

Si dice che il passato possa aiutare le previsioni, ma non è vero. I diari di una signora che in solitudine - gomme che si sgonfiano, acqua che fuma nei serbatoi - ha attraversato con la sua macchinetta i deserti bollenti tra Gerusalemme e Bagdad, smentiscono l’illusione. Solo rapacità e ossessione del potere segnano la storia. La ragione è un impiccio a volte insopportabile. Freya Stark ha vissuto cento anni al servizio dell’intelligence di Londra: alibi di una scrittrice curiosa, come Graham Greene, Maughan, Le Carré o gli archeologi Philby padre e Lawrence d’Arabia, partiti da Aleppo con l’Oriente Express dimenticando in un albergo sopravissuto come reliquia, il resto della strana spedizione raccolta attorno ad Agatha Christie in viaggio col marito a caccia di storie ansiogene per i suoi gialli. Fare la spia permetteva di guardare, raccontare, capire. E ogni volta che andavo ad Asolo a chiacchierare con la vecchissima signora, la vecchissima signora smontava con due sorrisi le mie teorie sul Medio Oriente da dove ero appena tornato. Lei lo aveva frequentato tra il ’39 e il ‘44. Si era mescolata ai principi arabi per studiare il loro gradimento verso un Occidente che aveva voglia di cambiare appena la forma della sostanza delle colonie indispensabili ai piaceri necessari alle nostre città. Freya Stark amava discorrere coi funzionari cresciuti nella cultura ottomana: effendi devoti, coltivati nelle università americane ed inglesi di Beirut e del Cairo.

Effendi è anche il titolo dei diari che Guanda ha appena pubblicato. L’analisi della Stark obbediva alle consuetudini di un mondo che affidava al viaggio delle navi il dominio nei commerci. La sua Inghilterra aveva bisogno di porti sicuri, paesi vedetta nei punti strategici: l’Egitto di Suez, Aden, Yemen, Barheim. E tollerava che anche la Francia si ritagliasse gli scali del Libano strappandoli alla Siria. Ma la signora non sopportava la cupidigia americana negli affari interni del mondo «dolce e raffinato dell’Islam». Per Londra dovevano essere alleati devoti e ben ricompensati: bastava. Ma Washington ansimava per l’annessione di affari e risorse. La Stark ne parlava con delusione. E non voleva le raccontassi com’era cambiata l’eleganza bizantina della Beirut che stava perdendo le abitudini francesi, o com’era diversa la Gerusalemme dei giardini dell’Islam dalla Gerusalemme in stato d’assedio. Cinquant’anni dopo continuava ad immaginare che il mondo da lei attraversato non potesse aver rovesciato le previsioni faticosamente compilate per gli uffici di Londra. Non sopportava i racconti di Bagdad dove la «modernità» di Saddam, e degli architetti americani, stava trasformando le terrazze dei caffé di legno affacciati sull’Eufrate, quasi il Bosforo dei minareti, negli spaventosi palazzoni del regime. «Non avrei mai immaginato…», appena un soffio di sconforto.

Il passato sembra ormai non contare e Staino deve inventare qualcosa di non serio per far crescere i suoi ragazzi con qualche illusione. Forse l’invenzione di chi osserva la storia con ironia è più vicina alla sostanza delle realtà delle previsioni degli esperti che i luoghi della storia li hanno spiati per pianificare l’ipocrisia di conquiste indolori. La domanda che chiude il libro sintetizza cosa i ragazzi hanno finora capito. Bobo legge ad alta voce: «Bush porterà gli americani su Marte». E la bambina inginocchiata fra le bambole alza gli occhi con l’ultimo perché: «È un pianeta canaglia?».

Maurizio Chierici mchierici2@libero.it

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