Siamo stati sempre troppo “extraparlamentari” e insofferenti di ogni reducismo per poter apprezzare la principale invenzione di Staino -Bobo e i suoi familiari- troppo affettuosa e troppo italo-comunista. La guerra di Peter ci riconcilia per buona parte con il suo autore, anche se si tratta di un’antologia di tavole e di brevi storie già note, ispirate spesso a testi di canzoni famose, adattati o ritoccati per accentuarne dei significati politici odierni, secondo usi di altri tempi e di altra sinistra.
Lo stesso titolo è l’omaggio a una delle più note e belle canzoni di De André, ma qui Piero diventa Peter, un marine poco più che adolescente spedito da Bush in Iraq. Anche nella scelta dei testi riusati, sempre con molto rispetto del loro senso intimo, possiamo dissentire da Staino: alcuni ci convincono, altri no, testi o autori, ma questo risulta in definitiva secondario rispetto alla tenuta complessiva del racconto. Diciamo che, dal punto di vista ideologico-politico, vi si illustra al meglio la tensione morale di chi crede ancora nella politica istituzionale nonostante tutto -e soprattutto di chi crede ancora in ciò che è stato il PCI, con i suoi derivati frantumati e anche squallidi. Alcuni “episodi” sono più generici, altri, i migliori, più forti, ma l’animus è lo stesso, pacifista, internazionalista e proletario nella misura in cui si può ancora parlare di proletariato per la piccola borghesia italiana diffusa.
(I dubbi sulle convinzioni di Staino e le esortazioni che ne ricava sono a volte gli stessi che si hanno per la satira politica)
A stupire è però la varietà dei modi e quindi dei segni praticata da Staino, in una ricchezza che non sospettavamo, dai risultati molto efficaci; e una ispirazione che è “bobesca” solo in rari casi. Mutano il colore, la dimensione delle singole immagini nella tavola, l’organizzazione della pagina, la scansione del rapporto tra immagine e testo, le suggestioni iconografiche da altri contesti o autori, il ricorso al bianco e nero o alla fotografia, la pagina piena, la mediazione tra pathos e caricatura, eccetera. L’omaggio alle calaveras di Posada è particolarmente pregnante, come quello a Stranamore di Kubrick e certi echi, molto colorati, delle asprezze di Weimar. Ci si chiede in definitiva cosa potrebbe essere uno Staino più libero, politicamente scorretto, cioè più libero.

Goffredo Fofi

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