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bobo toglie la maschera al capocomico
E’
dura, oggi, per chi fa satira politica. se di per sé
grottesca è la realtà, che cosa resta da dire?
Una notizia di agenzia, una dichiarazione al telegiornale, una
fotografia il più delle volte bastano e avanzano: inimitabili,
folgoranti.
Al
centro della scena (e chi se no?) il Cavaliere e la sua corte.
Il Cavialiere, appunto: secondo quella tradizione che è
la più nostra di ogni altra e cioè la tradizione
della commedia dell’arte. Prima era il Miles Gloriosus,
poi il Capitano, e ora il Cavaliere: eccolo lì, sempre
sulla scena, a spararle grosse, a rotear la spada contro nemici
che non esistono, fanfarone con i deboli, accondiscendente e
servile con i potenti . Ma quale genio della comunicazione e
del marketing pubblicitario? Ma quale politico per l’epoca
post-politica? Le categorie non sono neppure quelle del seduttore
delle folle (il meneur de foules che già nell’Ottocento
preannunciava Duce e Fuhrer), né quelle del manipolatore
mediatico (Citizen Cane), perchè sono piuttosto quelle
della commedia dell’arte. Semmai resterebbe da chiedersi
fino a che punto il suo pubblico ci crede. Risposta: il pubblico
sta al gioco, credendoci e non credendoci nello stesso tempo,
esattamente come a teatro. Con una differenza non trascurabile.
Che la scena, per quanto illusionistica e fantasmagorica, è
tutt’uno con la realtà. E noi ci siamo dentro fino
al collo. Stanare il grottesco nel grottesco, strappare la maschera
a qualcuno che non è se non maschera fatua e ghignante
è impresa tutt’altro che facile. Eppure qualcuno
c’è che ci riesce.
Da
quasi un quarto di secolo Sergio Staino ha collocato in un luogo
intermedio, fra spettatori e proscenio, il più mite degli
ex-rivoluzionari, Bobo, per giunta anticipatamente sconfitto
dalla realtà, che essendosi fatta irreale e surreale
insieme è già sempre al di là della sua
portata. Benchè sia un perdente, la palpebra malinconicamente
socchiusa, Bobo una sua parola da dire ce l’ha: non l’ultima,
ma la penultima, che però ci restituisce tutte le volte
un lampo di dignità perduta.. Questo suo spazio che s’è
ritagliato Bobo lo conserva sulla prima pagina dell’Unità,
vigilando alla sua maniera: umile, paziente, onesto di quell’onestà
intellettuale a cui lui non ha rinunciato. Le più belle
vignette degli ultimi due anni (ma quando battezzeremo un po’
meglio questi frammenti di conoscenza che fanno un po’
di luce nel buio in cui versiamo, questi vitali soprassalti
della mente e del cuore?) sono state raccolte in un tascabile
Einaudi (Fino all’ultima mela, pp.202, euro 9). Riguardiamole.
Apparentemente
stranito e fuori gioco, Bobo tiene la posizione in forza di
una precisa strategia. Che prevede almeno tre mosse. La prima
delle quali consiste nel simulare o magari provare per davvero
sentimenti improbabili, antifrastici, in modo che la situazione
appaia anche più intollerabile di quanto non sia. Come
per esempio là dove non ha ragion d’essere che
la disperazione, ma Bobo mostra coraggio e lungimiranza. Immerso
nell’acqua (o in qualche altra cosa), alla figlia che
gli dice: “Babbo! Ci è arrivata fino alla gola!”
Bobo risponde: “... nessun problema, se guardiamo le stelle”.
Oppure dove Bobo reagisce con stupore all’evidenza: “Cosa
ha chiesto il giudice Bocassini per far indignare Previti?”,
e lui “... pensa un po’, invece che soldi, una condanna”.
La
seconda mossa consiste invece nel fingere che l’assurdo
abbia una sua logica ed ecco, l’ordine delle cose che
per un attimo sembrava trovare una sua conferma, è fatto
saltare senza fragore, ma in modo irreversibile, ultimativo:
“Si sono dimenticati di chi lotta contro la mafia”,
e invece “Tutt’altro!... ora indagheranno anche
su loro”. E ancora: “... eppure la nostra polizia
non è quella di Pinochet... è colta, intelligente...”,
“... infatti ha capito al volo chi ha vinto le elezioni”.
C’è
anche una terza mossa. Bobo sa bene che la realtà parla
da sola. E allora fa un passo indietro, esce di campo per lasciar
parlare la realtà , vale a dire la realtà più
reale del reale, Berlusconi in persona. Così: “...
non aspiro ad essere assolto dalla storia... mi basta le prescrizione”,
annuncia un Berlusconi compiaciuto di sé e ricoperto
da ogni tipo di lordura. E ancora (in posa mussoliniana): “...non
sono un dittatore... anche se, ovviamente, saprei farlo benissimo”.
Infine, con fare finto tonto a chi gli dice di Vanna Marchi
incantatrice e truffatrice: “... perchè, è
reato?”.
Ma
Bobo è lì, a un passo, fra coloro che assistono
allo spettacolo, appena nascosto dietro le quinte. Anche quando
sono i fatti a imporsi, tanto più brutali e sinistri
quanto più oggettivi. A denudarli è una sguardo
dolente e per certi aspetti perfino un po’ miope, intriso
com’è di una moralità ormai fuori corso,
eppure in grado proprio per questo di osservare il mondo come
dal suo lato in ombra. Lo sguardo di Bobo. In un cielo di guerra
cacciabombardieri in formazione sganciano bombe. Più
o meno “lo 0,7 % del prodotto lordo”. Ossia “quanto
abbiamo promesso al sud del mondo”.
Del
resto a chi, se non a Bobo, il Cavaliere si rivela come il burattino
di se stesso, che manovra i suoi elettori manovrando la propria
immagine? Bobo sa che il Cavaliere viene da lontano. Sa (e se
non lo sa lui, lo sa Sergio Staino) che fra i trucchi più
stupefacenti del repertorio della commedia dell’arte c’era
il seguente. Arrivava in scena un attore con una maschera incredibile,
inverosimile. Ma poi quello si toglieva la maschera. Mostrando
un volto identico alla maschera. Per l’appunto.
Sergio Givone
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