“Io,
scrittore tra Dickens e Bobo”
Intervista
a Sergio Staino
“Parbleu!”, direbbe Monsieur Feuilleton, “Qui
siamo dalle mie parti”, tra saporite scatole di datteri,
frustini da cavallo, portapillole in porcellana, fonografi,
poltrone in pelle color tabacco e gazzette francesi. Dalle parti
del romanzo di appendice, tra Ottocento e Novecento, insomma.
E invece... E invece siamo dalle parti di Scandicci e di Sergio
Staino, narratore esordiente con questo suo Il mistero BonBon.
Romanzo,
dunque, sia pure con qualche illustrazione, ma romanzo scritto.
Una svolta per Staino?
Quella
di usare la parola scritta invece del disegno è un’idea
che mi accompagna da tempo. La vivo con un po’ di ansia,
da quando una progressiva degenerazione della retina mi rende
difficile, ogni giorno di più, disegnare. Anche se parecchi
miei amici, maliziosamente, mi dicono che da quando ci vedo
meno i miei disegni sono diventati più belli. Questo
versante letterario della mia attività però mi
dà tranquillità psicologica, mi rassicura perché
mi fa sperare che anche con la parola scritta possa esprimere
quello che fino ad oggi ho detto con il disegno.
Anche
uno dei personaggi del romanzo, Monsieur Fatiguée, ci
vede poco e assomiglia a Bobo-Staino?
Sì,
ed è un po’ l’autoritratto di uno che si
crede vincente, magari dopo il successo di Bobo e che si trova
ad affrontare un problema serio. Non ho nascosto questo suo
problema, anzi ho cercato di evidenziarlo scherzando sopra la
sua “cecità” che lui tenta di nascondere,
bleffando di continuo.
Come
è nata l’idea de Il mistero Bonbon?
Io
sono abituato a vivere e poi a raccontare tutto quello che mi
capita come una sceneggiatura. Mi sono accorto di avere accumulato
negli anni un bagaglio di situazioni e di intrecci mai utilizzati
nei fumetti e che invece potevo buttare dentro una storia. Tutto
è partito da una vacanza in Marocco, nel luglio del 2004,
con qualche disavventura
Del
tipo?
Durante
una visita in un hammam, il bagno turco, mi sono fatto fare
un massaggio. Ma più che da una seduta piacevole e rilassante,
alla fine, sembravo essere uscito da un pestaggio. Mi sono chiesto
se ero caduto in una trappola e finito nel bel mezzo di una
cellula di Al Qaeda.
Ma
che cosa è successo?
È
successo che il trattamento, evidentemente un po’ troppo
energico, ha scombinato qualcosa, forse ha mosso un vecchio
calcolo renale che se ne stava lì, buono buono, e sono
cominciati dei dolori atroci. Figurarsi: nel deserto, col caldo,
vedendoci poco e mezzo sciancato. Così, quando andavamo
in giro e io arrancavo lentamente dietro, la guida che ci accompagnava
era costretta sempre a richiamare gli altri: “Andate piano,
perché Monsieur è stanco, fatigué, très
fatigué”. Ecco, Monsieur Fatiguée è
nato lì. E da lì è venuta poi l’ambientazione
in Costa Azzurra, tra ricordi di Casablanca, Tangeri, vecchi
alberghi coloniali francesi un po’ scrostati e mucchi
di datteri dolcissimi, e i personaggi che si danno del Voi,
un po’ perchè sono francesi e un po’ perchè
questo gli dà un gusto retrò.
Però,
gusti e ambientazione a parte, molte situazioni e i personaggi
stessi alludono ai nostri giorni?
Il
tutto è un escamotage per parlare dell’Italia di
oggi. Dentro c’è un esule comunista ricercato per
un delitto politico che non ha commesso, c’è un
signor Merluzzoni, affarista a capo del governo, ci sono turisti
italiani carichi di telefonini, che indossano vestiti griffati
e vanno all’estero per sottoporsi a cure mediche che in
Italia non sono permesse.
Ma
i più tradizionali e fedeli lettori di Bobo non resteranno
spiazzati da questa strana miscela tra attualità e atmosfere
d’antan?
Forse
un po’ sì. Però ai lettori chiedo di non
leggerlo come una tavola di Bobo in cui si allude alle classiche
dinamiche politiche o di partito, ma di rilassarsi e farsi prendere
proprio dall’atmosfera. Alla fine, comunque, ritroveranno
tutto il mio mondo: le mie idee, le mie simpatie e antipatie,
le mie amicizie.
Veniamo
alla storia. Ci può anticipare che cosa succede?
C’è
un giallo - ma non è un libro giallo - che fa da filo
conduttore. La vicenda si consuma in tre giorni, inizia il giovedì
mattina e si conclude il sabato sera. Protagoniste sono tre
coppie, di amici di vecchia data: Monsieur Fatiguée,
sposato con Gina, un’italo-argentina, Pierre Bleu, una
sorta di Corto Maltese, sposato con Nadine, fanatica di psicoanalisi,
Philippe Bon-Bon, un ricco ereditiero che convive con la maghrebina
Aisha, e poi Antonio ‘o Professore, professore di matematica
e leader di un movimento rivoluzionario, fuggito in Francia
perché accusato di un delitto politico mai commesso.
Tutti verranno coinvolti in qualche modo con l’omicidio,
nella vicina San Remo, dell’ex tesoriere di quel movimento
rivoluzionario, e i sospetti cadranno su Bon-Bon. E come contorno
tantissimi spunti: tra hammam, gruppi di extracomunitari, episodi
di razzismo, e una situazione che ricorda quella italiana con
un governo pieno di voltaggabana e di fascisti.
C’è
anche uno strano Congresso di Entomologia che si svolge a Bordighera
e dal quale sembrano partire tutti i guai e i misteri del romanzo?
Sì,
è un po’ il meccanismo iniziale ed è riferito
ad un episodio vero: quello di un mio amico che un giorno partì
per un congresso con un vestito e tornò la sera stessa
con vestito, e perfino le mutande, nuovi. Succede anche ne Il
mistero Bonbon e il fatto dà il via ad una serie di sospetti
intrecciati. Da quello della moglie che pensa che il marito
lo ha fatto dopo averla tradita con l’amante, agli altri
che pensano lo abbia fatto perché si era macchiato di
sangue.
|