| Tirana
addio, e nacque Bobo
Dieci
anni di ascesi rivoluzionaria. Dieci estati consecutive di autosacrificale
soggirno a Tirana, patria elettiva del comunismo doc, mica quello
edulcorato e blando dei “traditori revisionisti”
di Mosca. Dieci “no alla vacanza borghese” scanditi
nel nome di Enver Hoxha, despota d’Albania. E poi, l’undicesima
estate, scocca finalmente l’ora della liberazione. E’
l’agosto del 1979: sotto il sole della Sardegna, in un
tripudio di pinne e sacchi a pelo, di maschere subacquee e di
fornellini da campeggio, nasce dalla testa stordita e delusa
di Sergio Staino il personaggio di Bobo. Il forzato del pellegrinaggio
a Tirana ha oramai rotto le catene. Grava su di lui, per la
prima volta in vacanza “vera” dopo un decennio di
volontaria privazione, il peso di una cocente sconfitta. Per
un po’ accarezza l’idea di “affogare la malinconia
sul lettino di uno psicanalista”. Sarà invece quella
sua creatura irsuta e pingue, Bobo, appunto, a rappresentare
per Staino il simbolo della nuova era.
In
questi giorni il papà di Bobo è a Roma, impegnato
nel doppiaggio di Non chiamarmi Omar, il film con Ornella Muti,
Stefania Sandrelli, Massimo Loche, Elena Sofia Ricci e Gastone
Moschin che il regista si augura di poter presentare al prossimo
festival di Venezia. Oggi che è un disegnatore famoso
e un regista affermato, Staino ricorda con un certo garbo autoironico
quel decennio di sonno dogmatico. Ma nei mesi caldi del ‘79
il nome di Tirana evocava ancora figure da incubo nell’appena
risorto Sergio Staino. Monaco spretato di una setta marxista-leninista,
il Pc.d’I (specificare “linea nera”, che quelli
della setta rivale denominata Pc.d’I “linea rossa”
“li consideravamo nient’altro che dei lacchè
al soldo dell’imperialismo yankee”), il futuro animatore
di Tango sembrava il reduce di una naja vissuta con intransigente
zelo missionario. Alla setta Staino aveva donato tutto di sé.
Da ragazzo voleva fare l’architetto, ma tra gli “emme-elle”
svolgere una libera professione appariva disdicevole. E poi
il rivoluzionario o era a tempo pieno o non era. Perciò,
anzichè l’architetto, per sbarcare il lunario Staino
si era messo a insegnare educazione Tecnica in una scuola media
di Scandicci. Dal 1969 mai più una domenica di relax.
Mai più una serata in pizzeria. Mai più, va da
sé, una vacanza che fosse vacanza.
“Ogni
estate facevo l’accompagnatore a Tirana”, racconta
oggi Staino. Stalinisti impenitenti, i militanti della “linea
nera” riconoscevano infatti un solo leader: Enver Hoxha.
In cambio il regime di Hoxha riconosceva soltanto quelli della
“linea nera” come affidabili interlocutori in Italia,
tutti gli altri essendo, “da Berlinguer al più
estremista dei gruppi extraparlamentari”, “traditori
del proletariato”. Apostolo infervorato, Staino ebbe l’incarico
di organizzare ogni estate soggiorni in loco per i “pellegrini”
che volessero toccare con mano le beatitudini del socialismo
in salsa albanese.
Ogni
anno lo stesso programma: partenza da Bari, approdo sulla costa
montenegrina, breve tragitto in pulman fino al confine, traversata
a piedi e con valigie in mano, possibilmente all’alba
per schivare il solleone balcanico, lungo i due chilometri di
terra di nessuno che separavano la Jugoslavia dall’Albania.
Poi l’ingresso trionfale in terra promessa: visite guidate
a fabbriche e fattorie, corsi d’aggiornamento sull’Hoxha-pensiero,
incontri con importanti esponenti della nomenklatura albanese,
itinerari culturali per famigliarizzarsi con le delizie dell’artigianato
locale.
Finiva l’estate e i pellegrini, edificati, se ne tornavano
a casa. Staino ricominciava in Italia la sua attività
di rivoluzionario a tempo pieno: un undici mesi di impegno totale
in attesa della prossima estate. Da trascorrere in Albania,
naturalmente. E tutto questo fino al ‘78: l’anno
dello choc, del trauma, del fragoroso crollo di un mito. L’anno
di incubazione del personaggio Bobo, “emme-elle”
in crisi, amante tradito dall’Albania e da tutto il marxismo-leninismo
col trattino.
L’estate
della disillusione comincia per Staino con “un caro amico
cresciuto a Firenze che voleva vedere la terra in cui era nato
nel 1943”. Per il suo amico, più che la politica
è l’idea di un sopralluogo sui suoi luoghi d’origine
a predisporlo all’avventura albanese. “Suo padre”,
spiega Staino, “era stato il direttore albanese di un’azienda
agricola di Durazzo impiantata dagli italiani durante l’occupazione.
Una notte del ‘44 i partigiani lo portarono via e di lui,
bollato come “collaborazionista”, nesuno seppe più
nulla.Nel ‘45 quando aveva soltanto due anni, il mio amico
riuscì ad entrare in Italia con la madre. Trentatré
anni dopo un desiderio innocente: riprendere contatto con la
terra abbandonata in fretta e furia, nel pieno della tragedia”.
Staino,
“emme-elle” sì, ma non al punto da far suo
“il motto un po’ barbaro ‘tale padre, tale
figlio’”, porta come ogni anno all’ambasciata
albanese a Roma l’elenco dei pellegrini cui concedere
il visto. Passano i giorni, e Tirana non risponde alla richiesta
del visto per il suo amico. Si arriva alla vigilia della partenza:
niente. Finchè l’ambasciatore Piro Koci, “uomo
comprensivo e aperto, non decide di rienpirle lui, tutte le
carte necessarie”. Appuntamento a Bari per il giorno prefissato.
Da un telefono vicino al porto, l’accompagnatore”
Staino telefona per scrupolo all’ambasciata per sincerarsi
che tutto vada per il verso giusto. Macchè. Da Tirana
dicono che uno dei due valichi di frontiera è chiuso
a tempo indeterminato “per motivi di sicurezza”.
E’ proprio il posto di blocco che la “delegazione
italiana” attraversa ogni anno. Disperazione: “L’altro
valico si trovava a 800 chilometri di distanza e per raggiungerlo
occorreva oltrepassare tutte le montagne del Kossovo”.
Il
socialismo val bene una terrificante sfacchinata. I “pellegrini”,
con stoica determinazione, attraversano con un pullman sgangherato
l’intera catena montuosa su strade impossibili e solo
sommariamente asfaltate. Arrivano, sfatti e affamati, al posto
di confine: “Ma una guardia ci intima di restare dove
eravamo fino a quando non fosse arrivato l’ufficiale di
picchetto”. Passano quattro ore, il caldo comincia a farsi
rovente, i morsi della fame diventano lancinanti, ma dell’ufficiale
nessuna traccia. L’intraprendente Staino implora gli albanesi
di concedere al gruppo il permesso di avvicinarsi al quel simulacro
di ristorante che si intravede ad occhio nudo. “Niente
da fare, la chiave sta a Tirana”, risponde il milite albanese.
Bestemmie, prime impercettibili crepe nella luminosa fede comunista
che aveva fin qui compensato le disavventure dei pellegrini.
“Un soldato pietoso ci dà qualcosa da mettere sotto
i denti: una polpettina, un pomodoro e un pizzico di sale grosso
a testa”: Arriva, a bordo di un sidecar, l’ufficiale
di picchetto. Ma l’incubo non finisce. “Non mi risulta
che un pullman debba venire qui per portarvi a Tirana”,
dice l’ufficiale. Sgomento, crescente odio per l’Albania,
voglia d’acqua, “nostalgia di casa”. Finalmente
arriva il benedetto pullman. Ma per Staino, “cieco sino
al giorno prima”, l’Eden di Enver Hoxha comincia
ad acquistare vaghe tinte infernali. E’ che quella sequenza
di piccoli e grandi soprusi avesse di mira l’amico fiorentino,
Staino lo scoprirà nella hall di un albergo di Tirana
quando “un funzionario sudato, tronfio e ripugnante ci
accolse dicendo che l’Albania non poteva tollerare la
presenza del ‘figlio di un criminale di guerra’
“. “Ha 24 ore di tempo per lasciare l’Albania”,
minaccia il funzionario. I pellegrini abbozzano l’inizio
di una rivolta. Fanno una colletta per pagare il biglietto al
malcapitato. Ma per Staino è la scoperta, tardiva ma
devastante, del grande imbroglio cui aveva sacrificato dieci
anni di vita, estati comprese.
Adesso
tutto appare ai suoi occhi sotto il segno della menzogna. Ha
tra le mani il giornale del partito comunista albanese che proclama
a titoli cubicali “la crisi finale del capitalismo”
e che pubblica a mo’ di esempio una fila di disoccupati
a New York: “Era una foto della crisi del ‘29, ma
loro la spacciavano come se fosse del giorno prima”. Il
gruppo si fa accompagnare nel quartiere di Tirana costruito
da Galeazzo Ciano ma la guida spiega con solennità “che
quegli edifici di stile identico a quelli dell’Eur erano
stati edificati dal socialismo”. Bugie, imbrogli, miserabili
mistificazioni. Per Staino si chiude un’epoca. E nella
sua mente comincia quella di Bobo. Di quella stagione gli resta
il rammarico degli anni perduti. E il rimorso di aver causato
la fine del coraggioso ambasciatore Piro Koci, inghiottito nel
gulag senza dare più notizie di sé.
Nell’autunno
del ‘79 Staino spedisce le prime strisce di Bobo a Oreste
del Buono, direttore di Linus, che gliele pubblica senza indugi.
Dopo qualche anno, assieme ad Altan, Chiappori, Vincino, mette
su la squadra di Tango, organo dei “satiristi d’Italia”
e matrice di Cuore . Bobo conserva intatta la barba incolta
e quella straordinaria somiglianza con Umberto Eco, tanto che
una volta l’autore del Nome della rosa “mi chiese
se per caso non mi fossi ispirato a lui”. Resta intatto
il volto di fanciulla della figlioletta di Bobo: “Avrei
voluto farla crescere, ma un giorno mia figlia mi ha fulminato
facendomi notare che ‘Qui, Quo, Qua non crescono mai’,
e mi sono fermato”. In compenso, sono sopraggiunti due
crucci. Uno è quello che Staino chiama “i pericoli
di un eccesso di richieste rivolte alla satira. Oramai la gente
ci chiede di svolgere una funzione che non ci appartiene, come
se nel disastro generale fossimo noi a dover indicare agli altri
la linea politica”. Pericolo mortale, fonte di interminabili
discussioni con Laura, genitrice di Elle Kappa e fautrice di
una linea satirica “dura” con i socialisti. E il
secondo cruccio? “Si chiama Bobo”. Il “suo”
Bobo? “No, l’ ‘altro’ Bobo, quello che
sta diventando più famoso del mio”.
Staino
sorriode sornione. Ha in mente Bobo Craxi, “quel ragazzo
che una sera dell’88 entrò all’improvviso
con Martelli allo ‘Zelig’, la cantina di Milanp
dove io e Angese stavamo facendo un cicle di serate. Ricordo
che ce la mettemmo tutta a disegnare vignette antisocialiste.
E ciò nonostante Bobo Craxi venne da noi per prodigarsi
in elogi sperticati. Peccato”. Peccato di che cosa? “Peccato
che due anni dopo sia apparso sull’Avanti! un corsivo
violentissimo contro il mio Bobo. Il titolo sembrava uno scherzo:
‘Omonimie sospette’. La firma: Bobo Craxi. Mi era
più simpatico il Bobo dello Zelig”.
Pierluigi Battista
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