Chi non ama il Natale, e chi non ha bisogno delle tradizioni? Da qualche anno io per tradizione scrivo un racconto di Natale e lo leggo ai miei compagni di galera. Succede così: c’è una Messa particolarmente solenne. A celebrarla viene l’Arcivescovo, che poi deve sbrigarsi a togliersi i paramenti nello sgabuzzino che fa da sacrestia e correre a dire l’altra Messa solenne nel Duomo, quello della Piazza dei Miracoli e del lampadario di Galileo. Per l’occasione partecipano alla Messa insieme tutti i detenuti –donne e uomini, condannati, imputati, ricoverati del Centro Clinico con un pigiama bigio, credenti e non credenti, cristiani e musulmani ed ebrei e tutti- e gli altri abitatori di un carcere, agenti, dirigenti, operatori, infermieri e medici, volontarie e volontari. C’è il cappellano del carcere, e il diacono, e la suora –la suora è la vera padrona di casa, ma non lo dà a vedere. I prigionieri assistono fervidamente, si alzano e si siedono, sentono ancora una volta la bella storia del Natale, si sentono dire che il Natale è successo anche per loro, si scambiano un segno di pace, mano di uxoricida con mano di spacciatore, mano di carcerato con mano di carceriere, mano nigeriana con mano bielorussa, mano di ragazzo con mano di vecchio, e cantano. Una volta ne ho sentito uno, un napoletano, che cantava col viso ispirato: “Rosanna, Rosanna, Rosanna nell’alto dei cieli”. (Indovinate come si chiamava la ragazza dei suoi sogni). Alla fine della Messa tocca al mio racconto, che viene ascoltato con grande pazienza e comprensione.

Naturalmente, i prigionieri sono più pazienti del resto delle persone, le quali hanno di meglio da fare che stare ad ascoltare le mie storie. Detto fra noi, il mio racconto non è granchè, ed è scritto alla buona proprio per quelle persone lì, che vivono insieme per forza e passano insieme un loro ennesimo Natale e si riconoscono: è bello riconoscersi in un racconto. Poi Isabella e Sergio Staino prendono il mio racconto dell’anno scorso e lo illustrano e lo colorano, come farebbero una fata turchina e un mago cisposo con un alberello striminzito, trasformandolo in un prezioso albero di Natale di quest’anno. Lo fecero già l’altr’anno per questa collana, e l’hanno rifatto, anche loro affezionati alle tradizioni. Così addobbato, il mio racconto può girare per il mondo senza che io debba vergognarmene più di tanto. Quest’anno la mia storiella parla anche di persone la cui vita è stata travolta dalla soggezione all’eroina e dalle leggi che proclamano la finale Guerra alla Droga e si tramutano in una crudele guerra infinita ai drogati.

Penso che ciascuna persona debba esser libera di decidere che cosa fare della propria esistenza, a cominciare dal proprio corpo, senza invadere corpo e libertà altrui. E che quando l’irragionevolezza delle leggi e le circostanze della vita portino qualcuno (o qualcuna), a dissipare se stesso e a ridurre la capacità di padroneggiare il proprio destino, si può solo parlarne con lui (o lei), e aiutarlo, se se ne ha voglia, e se lui o lei ne hanno voglia. Non è poco. La tenace tentazione dei potenti, che però sonnecchia in ognuno di noi, a usurpare la libertà altrui, chiamata in genere proibizionismo, ha una parte ingente e a volte decisiva nelle disgrazie di tanti. Ma non può togliere ai disgraziati una responsabilità, cioè una possibilità di cavarsela, e di voler più bene alla vita che a qualunque frutto proibito. Quanto ai modi dei disgraziati di cavarsela, e ai modi di dar loro una mano, ce ne sono parecchi e diversi e valgono quanto vale chi prova a metterli in pratica. E adesso, buon Natale.

Adriano Sofri

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