| Per
un ritratto di Bobo
1.
Un nome che è tutto un programma
Il termine latino balbus, che in italiano ha dato “Balbo”
o “balbuziente “ (e cioè l’impacciato
di lingua), nelle lingue ispaniche (spagnolo o portoghese) ha
prodotto “bobo”, con significati assai analoghi.
Il “bobo” in portoghese è il pagliaccio,
in specie il pagliaccio del teatro classico, corrispondente
al fool. Ma vuol dire anche l’impacciato di cervello,
lo sciocco, l’alloccco ,il baccellone. E in spagnolo “el
bobo de Coria” è lo scemo del villaggio.
2.
Bobo fa ridere ma non ride
Come certi personaggi comici, Bobo è un uomo triste e
scalognato. E la malasorte altrui, quando è causata da
circostanze ridicole,fa ridere gli altri, come notò Bergson,
è elemento scatenante di comicità. Un signore
pieno di sussiego attraversa la strada e scivola sulla classica
buccia di banana: e noi ridiamo. E come certi personaggi comici,
Bobo non ride mai, o molto di rado. Buster Keaton non ride,
anzi, ha il volto e lo sguardo pieno di malinconia. Charlot
non ride, al massimo fa qualche sorrisetto compiaciuto e si
frega le mani quando gli va bene, ma dura poco, perchè
un nuovo scorno lo attende. E c’è sempre uno sfasamento
evidente tra la personalità , il carattere e il comportamento
di tali personaggi comici e la triste realtà che li ridicolizza:
come Keaton o Chaplin anche Bobo è un uomo fiero, dignitoso
, cavalleresco, provvisto di buoni ideali, un po’ donchisciottesco,
e si trova ad affrontare una realtà meschina e deludente,
fatta di quella quotidianità che il nostro attuale ci
fornisce: l’emarginazione, il razzismo, la perdita dei
valori, certi ideali che la new economy si è ingoiata
in un boccone, la pochezza di una classe politica, l’italica
furbizia, il cinismo imperante. La buccia di banana su cui scivola
il povero Bobo attraversando pieno di buone intenzioni la via
del nostro presente si chiama in primo luogo Italia, e in secondo
luogo il Partito di cui continua a essere un fedele quanto disorientato
supporter. Un partito che è partito per chi sa dove,
che lo ha lasciato orfano e che Bobo cerca disperatamente come
un bambino che cerca la mamma, sicuro che si è distratta
un momento a chiaccherare con le amiche e che passerà
a riprenderlo, perchè una buona mamma non abbandona mai
il suo bambino, specie se è un bambinone
disorientato e perplesso come Bobo.
3.
Bobo tiene famiglia
Se Bobo, nel suo smarrimento, è anche la smarrita coscienza
critica della Sinistra, la sua famiglia è la coscienza
crita di Bobo. Lo zoccolo duro. La graziosissima moglie sudamericana,
con il suo naso a punta e i capelli sulle spalle, non manca
di redarguirlo, anche se sempre con tenerezza, sulla sua ingenuità.
I due figli, un ragazzo e una ragazza svegli e disincantati,
replicano invece con una certa severità alla sua dabbenaggine.
E’ come se gli dicessero: “Ma insomma, babbo, quando
ti deciderai a crescere, non ti rendi conto del mondo in cui
viviamo?”. Bobo, di fronte alle critiche della famiglia,
suo rifugiio e suo focolare, borbotta: “Già, già,
uhm, hum, però, però...” La famiglia critica
che tiene il Bobo costituisce per interposta persona l’autocritica
del Bobo. Quella che non si usa più, perchè è
démodée. E che invece farebbe tanto bene alla
Sinistra.
4. Bobo è un tifoso senza squadra
Il romanzo di Bobo è Le confessioni di un Italiano della
generazione di mezzo che ha conosciuto il Sessantotto e ha pensato
che da quell’anno in poi il mondo sarebbe diventato migliore.
E invece ha visto arrivare piazza Fontana, le Brigate rosse,
le bombe sui treni e alla stazione di Bologna, tangentopoli,
la mucca pazza, l’afta epizootica, Sarajevo, le pulizie
etniche, l’Aids e Berlusconi. Bobo si ricorda ancora di
quando in corteo scandiva lo slogan “fascisti, carogne,
tornate nelle fogne”, e ora un autorevole esponente del
Partito di cui vorrebbe essere supporter afferma che anche i
ragazzi di Salò avevano i loro ideali. Sicchè
Bobo non ha più niente da supportare, si sente come un
tifoso che è andato allo stadio a tifare per la squadra
del cuore e ascolta annunciare dagli altoparlanti che la sua
squadra ha dato forfait. Intanto la squadra avversaria è
scesa in campo e palleggia con alteriagia, è davvero
padrona del campo, e la curva nord, dall’altra parte ha
inalberato un enorme striscione con due croci uncinate dove
c’è scritto “terroni nei forni crematori”.
Lui si guarda intorno sulla sua curva in cerca di conforto e
si accorge che è deserta e si sente il Terrone per antonomasia,
quello che rappresenta tutti i Terroni di questo mondo. Bobo
si chiede: “Cosa ci faccio qui?”.
5.
Bobo è un uomo giusto
Bobo è un uomo che si scandalizza, qualità rara
nell’Era del Cinismo. E che si indigna, qualità
rarissima nell’Era dell’Indifferenza. Perchè
Bobo è un uomo giusto, e dunque non tollera le ingiustizie.
E le sente sulla sua pelle. E’ quasi un pharmakos, la
figura che gli antichi greci utilizzavano perchè si facesse
carico delle colpe collettive. Condizione da Tantalo, perchè
l’ingiustizia governa il mondo, si sa, e l’Italia,
e di questo il Bobo è consapevole, è al primo
posto nelle classifiche. Specie l’ingiustizia della Giustizia.
E qui sono davvero guai per il povero Bobo. Per questo è
così indignato su certi avvenimenti che considera strazianti
ingiustizie, per esempio il processo Sofri. E per questo è
così solidale verso tre uomini condannati a vent’anni
sulla parola di un “pentito”. Perchè Bobo
sa che in Italia ci sono “pentiti” più pentiti
degli altri, e che il “pentito” del processo Sofri,
prima di pentirsi con il sacerdote e il magistrato, ha frequentato
nottetempo, per una ventina di giorni, una caserma dei carabinieri.
Bobo è un uomo puntiglioso, che si documenta, e queste
cose le ha lette negli atti del processo. E, anche se un po’
imbranato, capisce la differenza, sa che una caserma dei carabinieri
non è un confessionale né una procura della Repubblica.
6.
Bobo è Alice al di là dello specchio
Ma quando il Bobo non si racconta, quando non è l’interprete
del suo dramma personale, ma una voce off, o meglio quando uscito
dalla sua strip è solo un occhio che osserva la Storia
vissuta dagli altri, allora le cose cambiano. Bobo non è
più la disorientata e sonnambolica Alice nel Paese delle
Disgrazie con il quale deve fare tristemente i conti; è
ormai una Alice al di là dello specchio, e da quel privilegiato
osservatorio lo sguardo di Bobo diventa implacabile. La stessa
implacabilità che hanno i bambini che raccontano con
feroce innocenza la realtà, il bambino che dice alla
mamma di fronte a papà: “Scusa mamma, chi era quel
signore che era a letto con te oggi pomeriggio, quando papà
era in ufficio?”. Innocenza implacabile che potremmo chiamare
altrimenti spudoratezza, ma spudoratezza di certe strane creature,
come la Pizia della classicità e il fool nella tragedia
shakespeariana, ai quali è consentito di pronunciare
ad alta voce la cruda verità al miserabile come al potente.
Ed è una voce che incute spavento. Quando Bobo racconta
la Storia che l’Italia ha appena vissuto o che stiamo
vivendo (Bobo racconta sempre delle storie, non è un
poeta, è un narratore, cioè un romanziere: al
poeta è consentita l’agnizione fulminea, l’epifania
improvvisa che si condensa nella vignetta; al narratore competono
la sequenza, lo svolgimento, la trama - da qui Il romanzo di
Bobo ), quando Bobo ci racconta la nostra Storia si spera che
ai politici venga il mal di pancia . E noi sappiamo che stomaco
di ferro ha la classe politica italiana. Prendete ad esempio
il capitolo del romanzo intitolato Poker di mezzanotte. In una
notte gotica percorsa da pipistrelli, in una stanza che pare
il castello di Dracula, un vecchio che assomiglia a Cossiga,
che imita malamente la pronuncia sarda pervertendo la deliziosa
pronuncia dei veri sardi, gioca a carte con un gruppo di scheletri
in marsina che ascoltano rapiti le sue citrullaggini. Poi un
gallo che annuncia l’alba mette fine al pokerino notturno
e il sosia di Cossiga invita i suoi compari a rientrare nei
loro appartamenti. Costoro ubbidiscono prontamente, rientrando
nei loro armadi, dove targhette sinistre indicano il nome delle
camere: Gladio, Sismi, Caso Moro. La Storia d’Italia degli
anni recenti è fatta, anzi la non-Storia, perchè
tale storia gli italiani l’hanno patita, ma nessuno finora
gliel’ha raccontata, né la magistratura, né
le istituzioni, né la classe politica, solo qualche bravo
giornalista che si è mosso a tentoni nel buio. Il sosia
di Cossiga si allontana dicendo a se stesso che lui si piace
molto. Non so se al vero Cossiga ciò possa piacere altrettanto.
Ma nessuno, credo, può obiettare alcunché in nessuna
sede, perchè la voce di Bobo dice la verità: Gladio,
il Sismi e il caso Moro sono esistiti davvero e sono scheletri
negli armadi, la funebre stagione che abbiamo attraversato e
senza conoscere la quale non potremo mai capire il nostro presente.
7.
Bobo è un servizio pubblico
Visto ciò che sappiamo senza sapere, e dati gli attuali
programmi scolastici, Bobo è un prezioso servizio pubblico.
Le nuove generazioni, per studiare la non-Storia recente del
loro paese, in attesa di informazioni esatte che tardano a venire
e che probabilmente non verranno mai, possono intanto documentarsi
con il Bobo di Staino.
Antonio
Tabucchi |