Caro Staino,
non ti conosco e non ti ho mai visto. Però viviamo la stessa vita e ben presto, io a sessant’anni e tu a quaranta, saremo tutti e due solo all’inizio della nostra esperienza matura. Non sapevo che anche tu fossi un patito dell’era assurda che stiamo vivendo, l’ho capito a poco a poco seguendo disegno per disegno la tua onesta fatica sulle pagine di Linus. C’è un modo solo, secondo me, per non essere travolrti dall’esperienza postsessantottesca, che troppa gente ha vissuto con amarezza, frustrazione e sensi di rivolta infantili: e il modo è quello che tu hai personificato in Bobo, e nelle sue donne, guardarsi dentro e comunicare agli altri la propria fatica.


Bobo è il protagonista di una storia esemplare: “Racconta bene la sua età”, dice Vincino che se ne intende, “riesce a parlare delle tante facce di una mentalità precisa che corrisponde a quella dei suoi contemporanei politici: dice cose più o meno interessanti, più o meno spiritose. Ma tutte hanno un senso e le sue sono battute che durano al di là della giornata” . Paola Zanuttini sostiene che questo è un possibile difetto: “Tutti problemi che la nostra generazione ha già superato”. Ma lei è Madame Inquieta, e non ha ancora raggiunto l’età che Balzac attribuiva alla crisi di crescenza o al passaggio critico della donna. Roberto Sarti, un mio amico di Anghiari, toscano come te e giovane non integrato in nessuna moda (studia sociologia a Trento e fa un un giornale intitolato alla piazza principale del suo paese), mi aveva pregato di chiederti il permesso di pubblicare un tuo “cubo-striscia” senza pagare i diritti relativi. “Per una volta sola”, mi aveva detto. Tu eri in America Latina e non ho potuto passarti il messaggio. Ma ho chiesto a Roberto perchè proprio Bobo gli serviva a inaugurare un foglio come il “Diario di piazza Baldaccio”. Mi ha risposto: “Mi pare bella la sua tolleranza”. Proprio nei giorni in cui dovevo scrivere queste righe di presentazione al tuo libro ho buttato l’occhio sulle poesie di un altro amico mio, che vuole restare anonimo, e ne ho trovata una del ‘75 che diceva: “Non di coraggio / si discute / compagni di scuola / da quando abbiamo lanciato / proclami sul muro / inondato dal sole di maggio. / Non paura / incute / ai comunisti il duro / inverno / prolungato / sopra l’attesa primavera. / Non è reato aspettare. Non fa male / la prudenza / che ha passato / tante tristi stagioni / senza mai rinunciare / alla sola / arma che i borghesi / non hanno: / una visione generale...”. E così via, per dire che anche la qualità principale di Bobo mi pare sia questa: lui ha una visione generale su tutti i problemi che di solito si affrontano in maniera soggettiva e settaria, dispettosa e arrabbiata.


In confronto con i frustrati della Brétecher la famiglia di Bobo trova sempre il cammino dialettico giusto. Del resto è naturale: la Brétecher, peraltro appassionante e tenera come pochi, è figlia di una cultura positivista e cartesiana, mentre tu “senza esagerare” discendi da Vico e Labriola. Da qui proviene il tuo ottimismo, che si mescola a una volterriana tolleranza, perchè il proletariato italiano (non la cultura della borghesia) ha introdotto nel disperato esistenzialismo nostrano una punta di ironia che prima si rivolgeva soltanto esternamente ai preti. Invece adesso siamo in molti, capaci di autocritica.


Se ci sarà un mondo nuovo non sarà il mondo dei proletari, ma degli uomini che hanno avuto dai proletari il passaporto per un’umanità universale, senza divisioni settarie. Se il femminismo porterà a una cultura diversa e superiore questa non sarà una cultura femminile, ma quella dell’umanità arricchita, perchè alla volontà dei maschi si sarà aggiunto il temperamento femminile e molte velleità diventeranno volitive davvero e quindi possibili. E così via. Per questo, quando Bobo prende le misure del suo muscolo primario per confrontarlo con quello, pur piccolo, dei bronzi di Riace, prende in giro se stesso ma anche le sue donne e le donne a loro volta sfottono Bobo, ma poi si sciolgono in autocritica per avere commesso un errore di fallocrazia, che poi si esalta saltando dal privato al politico (“craxiana di merda” si grida allo specchio l’amica di Bobo alludendo a una critica già entrata nel senso comune, per un certo pretenzioso personalismo del leader socialista, che pare vanità: ma anche qui nell’esasperazione dell’invettiva c’è insieme una verità e il superamento autocritico di posizioni settarie). Così quando Bobo si reca in preda a uno “spleen” baudelairiano da riflusso a visitare i resti delle comuni berlinesi del ‘68 sono vere le sue ragioni, ma anche quelle dei suoi diffidentissimi ospiti; e il tutto poi è dominato e risolto dalla visione generale, subito restituita alla massima evidenza dalle botte e dallo stupro poliziesco che riunifica il movimento.


Così, insomma, è la vita. Se nelle cose cè un meccanismo propulsivo reale, che corrisponde ai bisogni della gente, il movimento rinasce dalla dialettica che riporta sempre, per la forza, appunto, delle cose, alla visione generale. Questi passaggi inevitabili nell’esistenza della persone (e anche dei popoli) possono essere vissuti con tolleranza o con intolleranza. L’intolleranza settaria può essere sfruttata dal nemico dell’uomo “il fascista eterno, irrazionale ed epilettico” per trasformarla in strumento di morte (e allora si arriva alla ferocia che incute terrore e agevola i piani di ogni restaurazione autoritaria). La tolleranza tende invece per natura all’umorismo speranzoso, che prelude a rinascite o perpetuazioni di elementi vitali. Così io ti leggo, caro Staino, ogni mese su Linus. E ti pronostico lunga vita e un’età adulta e, oltre che adulta, piena di soddisfazioni anche sessuali. “Tenero fiume / scorre / di notte fra le labbra. / E’ il riposo”, scrive il mio amico poeta: “Vedo / per esempio, nell’aria / priva di rumori / il profilo disteso / di una serie / di linee nei monti / e lì, io dico / si riflette / il senso della vita. / Felice chi siede / al tramonto / davanti al suo passato / e nelle tinte dell’ombra / distingue / le età / che l’hanno reso / maturo”.
Ciao, un abbraccio a Bobo.

tuo Saverio Tutino

<< PRECEDENTE