| Dallo
Staino
Era forse nella logica dei fatti: il fumetto, sin dai tempi
di Yellow Kid, è nato come contrappunto quotidiano alle
notizie del giornale e, per quanto si volesse stravagante e
fantastico, non ha potuto evitare di riferirsi , in modi diversi,
all’attualità. Indirettamente, quindi, ha elaborato
sin dall’inizio una vocazione di critica del costume,
anche se poteva trattarsi del controcanto bonario ai piccoli
vizi e alle piccole virtù della famiglia americana media.
Ma è solo oggi, dopo che abbiamo potuto considerare una
serie di autori affermatesi negli ultimi decenni (da Schulz
a Feiffer, o da Bristow alle donne logorroiche della Brétecher),
che possiamo parlare di molto fumetto, e di molti cartoons,
come della forma contemporanea della riflessione moralistica.
Sto facendo una affermazione molto “forte”. Sto
dicendo che quel tipo di commento rapido, sapido, talora ironico
e talora malinconico alla vita sociale, al carattere, agli stereotipi
e alle deviazioni della condizione umana, che abbiamo conosciuto
sulle pagine di Montaigne o di Voltaire, nel nostro secolo ha
definitivamente trovato le vie del disegno e della nuvoletta
(qualsiasi forma essa assuma).
Non mi sto impegnando in valutazioni di eccellenza, e mi va
benissimo pensare che Voltaire fosse più grande di Feiffer.
Il problema è un altro, è di fissare le vicende
di un genere letterario. Un tempo, per riflettere sui caratteri,
si leggeva Teofrasto, oggi si leggono (tra l’altro) le
storie di Bobo. Così come per conoscere i fatti del mondo
prima si leggevano le pergamene di un cronista e oggi si guarda
il telegiornale. Il problema non è di deprecare che un
certo genere discorsivo abbia cambiato “medium”,
è semmai di pretendere che un buon telegiornale sia altrettanto
preciso, riflessivo, responsabile di, poniamo,Gregorio di Tours.
Dovremmo poter esigere che un telegiornale sia un modo autorevole
“nobile” di ragionare sul presente.
Lo stesso si dica di storie giornaliere o settimanali che, come
quelle di Staino ci invitino a sorridere (ma al tempo stesso
a preoccuparci) sulle vicende dei nostri simili. Io prendo Bobo
sul serio, talmente sul serio che mi preoccupo quando qualcuno
dice che, fisicamente,mi assomiglia. E reagisco con forza, non
perchè tema di essere messo a nudo, ma perchè
so (tutto l’albo di famiglia di Bobo è lì
a confermarlo) che Bobo ha come minimo dieci anni meno di me,
e quindi ha una storia generazionale diversa dalla mia.
Ma che la sua sia una storia generazionale, ed esemplare , mi
pare indubbio e lo storico del futuro che, all’interno
della sua calotta di plastica antiradiazioni, voglia capire
che cosa è successo a una generazione italiana, oltre
ai molti e rispettabili documenti che si troverà a sfogliare,
dovrà tener presente anche Bobo, forse più che
dei libri di Toni Negri, dei discorsi di Berlinguer, o delle
annate di “Lotta Continua”.
Non voglio sapere, anche se alcuni schizzi di quest’albo
incoraggiano la ricerca delle “chiavi”, quanto la
storia di Bobo sia la storia del suo autore. E’ Bobo come
realtà “testuale” che mi interessa, con le
sue delusioni di militante ibernato, la sua sessualità
di intellettuale divorato da complessi colti e mitologie massmediatiche,
con la sua quotidianità di “operatore” culturale”
free lance all’editoria, legato alla sua catena di montaggio,
il suo moralismo e il suo immoralismo...
Ma la cosa che mi interessa di più in Bobo come testo
(più che in Bobo come personaggio raccontato da un testo)
è l’ambiguità della sua posizione all’interno
del genere moralistico. Il genere moralistico esercita pietà
e ironia, sferza e capisce, a ridosso di personaggi oggetto,
che il moralista tiene a distanza anche quando attraverso questi
“altri” cerca di spiegare se stesso. In altre parole
il moralista è un intellettuale che di solito descriuve,
che so, industriali, pensionati, droghieri, prostitute, mezze
calzette, mondani più o meno divini, militari, vescovi,
assicuratori... Nelle storie di Bobo viene messo in scena invece
il moralista stesso, il critico della società, colui
che per mestiere dovrebbe moraleggiare sulle ideologie, sui
comportamenti, sulle pratiche altrui. In Bobo il moralismo,
nutrito di utopia e scienza sociale, moralizza su se stesso,
e sulla patetica fragilità del proprio ruolo. Bobo è
un personaggio che, se avesse successo e riuscisse a capire
il proprio fato, diventerebbe l’autore di un fumetto intitolato
Bobo.
Ma si muove sempre al di qua di questa decisione e di questa
lucidità , e ci dice qualcosa solo perchè Staino
(questa volta lui, autore, personaggio del nostro mondo) ha
fatto la scelta che il suo personaggio non ha saputo fare.
Parlerei quindi, per Bobo,di moralismo al quadrato. Questo albo,
mescolando ricordi del proprio autore con ricordi del personaggio,
per la sua stessa e assai ambigua natura di confessione di almeno
due figli del secolo, ci invita a riflettere sul fatto che il
moralismo al quadrato, anche quando ci fa sorridere, è
effetto di dolente conquista.
Umberto
Eco
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