Caro Sergio...

ma che roba è? uno si alza tranquillo alla mattina (si fa per dire), sfoglia la posta e trova un misterioso plico. Lo apre e scopre un pacco di fotocopie di “cartoons” dell’amico Stàino. Gli sovviene allora che questi gli aveva chiesto, con fugaci parole, così tanto per dire, un’introduzione, e che questa, così tanto per dire, era stata promessa. Ma proprio così, tanto per dire, come quei compagni di scuola che si vedono dopo vent’anni e si salutano dicendo: “Ricorda! Dobbiamo telefonarci, vederci!” ma poi, giustamente, non si chiameranno mai. Difatti, passando per una libreria, giorni addietro, avevo scorto un album dei tuoi disegni e mi ero detto. “Guarda guarda, ha già fatto il libro, e giustamente non mi ha chiesto l’introduzione”. Un po’ piccato, lo ammetto (“Aaa, fa senza le mie introduzioni”) ma in fondo felice in cuor mio di essermi risparmiato, oltre che all’onore, il pesante ònere.

E invece? Ma che libro avrò visto? Poi il peggio: apro il tutto e mi accorgo che, secondo il menabò (si dice così?) è previsto uno scritto di una pagina intera e altre mezze cinque. Ma siamo impazziti? E io cosa scrivo? Mi conviene “pompare”, come si diceva in redazione quando facevo il cronista in un piccolo ma sincero giornale di provincia, e il fatto del pensionato caduto dalla bicicletta poteva esser dato in quattro righe, se c’era abbondanza di notizie, ma dato che questa abbondanza non c’era mai (stavano curiosamente molto attenti), il pensionato Pistolazzi Gian Carlo cadeva da una Bianchi acquistata di seconda mano dal commerciante Caccialupi Anselmo nel negozietto che da vent’anni gestisce in fondo a via Canalino, e cadeva (per motivi in corso d’accertamento) mentre si recava a trovare la cognata Giuseppucci Maria, sull’asfalto reso viscido dalle recenti piogge che da giorni imperversano sulla nostra città rendendo estremamente pericoloso il traffico anche per la condizione delle strade che questa amministrazione comunale (di sinistra. Il giornale era di destra) non cura con le dovute attenzioni e così via per una colonna e mezzo. Ecco a cosa mi riduci, dopo trentacinque anni in cui speravo di essermi lasciato alle spalle questo genere di cose. Però, come vedi, sto pompando alla grande, ma mi chiedo ancora perchè tocchi a me; forse perchè mi hai (doverosamente) citato a pagina 93?

Una spiegazione forse c’è, ed è che i disegnatori da sempre invidiano noi autori di canzoni, perchè considerano il loro lavoro fugace, costretti come sono a produrre quasi ogni giorno, a inseguire una mutevole (e quanto!) realtà, mentre noi lavoriamo a tempi lunghi, e una canzone scritta nel ‘64 può essere cantata ancora oggi. E dall’invidia la punizione.

Non sto a entrare nel merito della teoria; ma ne sei proprio sicuro? Sfoglio e rileggo le tue storie, che già mi fecero sorridere (o ridere, se preferisci) quando le lessi la prima volta. Ma non solo, anche pensare, fra un sorriso e un altro, sul mondo di noi nati nell’ahimè lontano 1940 (tu qualche giorno prima, sei MOLTO più vecchio), su vicende che sai non essere solo tue. Gli attori che si muovono nelle tue storie sono loro,tua moglie e i tuoi figli, e i tuoi amici della provincia fiorentina, ma siamo poi tutti noi, con tutti i nostri tic sinistresi e sinistrorsi, gli slanci e le contraddizioni, gli entusiasmi e le delusioni. Ti par poco, far muovere questi personaggi e raccontarsi-raccontarci pianamente, prendendosi in giro con quel tanto di ironia che maschera il leggero peso del vivere quotidiano, i problemi dei rapporti personali , i figli che crescono e a volte hanno paura di farlo, noi stessi, eterni bambini della guerra e del dopo, con la stessa paura?

Loro sono loro, è indubbio. Ma siamo anche noi, colti con tenerezza e con sarcasmo, con l’affetto dell’umorista che non butta tutto in ridere perchè sa che in fondo a una risata c’è sempre la serietà del vivere, ma con la consapevolezza che tutto sommato il prendersi troppo seriamente è segno di una paura che va ben al di là delle nostre paure. Lasciamolo fare a quelli che non la pensano come noi.

Poi si leggono ancora bene, le tue storie, dovrai sì cercare ogni giorno nuovi appigli e nuove gag, ma i tuoi racconti di qualche anno fa hanno ancora una grande freschezza e conservano ancora tutta la loro forza espressiva e la loro carica umoristica. Ma ora basta sviolinare, per la somma pattuita mi sembra di averti incensato anche troppo.

Solo una cosa: fra tutti i tuoi personaggi, solo Bobo risulta abbastanza diverso dalla realtà Sergio Stàino. Perchè? Forse, e qui la supposizione è d’autore di storie musicate, per quella maschera che indossiamo quando parliamo di noi che non è di finzione o paura, ma solo il pudore di manifestarci in pubblico così come realmente siamo. Sappiamo di farci vedere nudi, e lo facciamo, ma sempre con una mano davanti e una, non si sa mai, di dietro, a sottile schermo di quello che, di noi, non è ancora pubblico.

E poi cosa importa se tutti noi abbiamo disegnato o cantato cose che valgono un momento; così è, siamo soprattutto effimeri. Ricordi il primo disegno che mi hai mandato? Raffigurava tua figlia, ancora piccola, che ti chiedeva di smetterla con l’Eskimo, e di comprarle un pellicciotto afgano. Ora anche la mia è cresciuta, e tutt’e due non vorrebbero più né l’uno né l’altro: vorrebbero un Woolrich. Tutto passa, amico mio, spero non passi l’affetto di sempre. Ciao.

Francesco Guccini

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