Caro Staino,
avevo già pronto il mio epitaffio: “uomo di scarse virtù, non scrisse mai introduzioni a libri, cataloghi e raccolte d’autore”. Ma l’affettuoso invito di Tullio De Mauro, la stima che ho per lui, la pazienza dimostrata dall’editore mi hanno convinto ad accettare di scrivere la prefazione al volume che raccoglie le tue “storie”.

Accettare, però, non significa saper fare: antica massima ignorata da molti in Italia, in specie da taluni che accettano senza esitazioni perfino cariche di ministri. E io, come ho detto, non ho alcuna esperienza dello scrivere introduzioni, prologhi o epiloghi.

Vengo perciò con questa mia per dirti di scriverla tu, la prefazione, come ti pare, con dentro tutti gli elogi che ti spettano, con le dovute considerazioni sulla grazia del tuo segno grafico, sempre essenziale ma allusivo ad ambienti e atmosfere, a precedenti e conseguenze presenti, a ben guardare, in ogni tua vignetta. Elabora qualche acuta riflessione sul valore politico degli “editoriali” di Bobo, metti in rilievo il peso che essi hanno avuto nella nuova capacità di autoironia del nostro partito e, perchè no? nell’avvio del suo rinnovamento (sia pure in cambio di qualche voto, prestato in giro qua e là). Riconosciti il merito di aver evocato tremori dubbi e sdegni di schiere di compagni quarantenni (e cinquantenni) che hai fatto sdraiare sulle tue strisce, in terapia analitica collettiva.

Inserisci qualche elegante accenno alle contrastate vicende di Tango, alle chiusure e alle censure minacciate fin dal suo primo lunedi di vita, amplificate nei corridoi e sui fogli concorrenti: Tango chiude, Natta è offeso, Chiaromomte furibondo; si cambia direttore: via Staino, arriva Serra; D’Alema gliel’ha giurata, due pagine in meno no, due in più; ma Occhetto che dice? si chiude, si continua... non se ne può più.

Aggiungi qualche accenno autobiografico - mio e tuo - sui nostri incontri da quando ci siamo conosciuti, dieci anni fa; quella volta che si tentò insieme un film su Bobo: “ogni tua striscia è una pagina di sceneggiatura” ti dissi, o qualcosa di simile. E che tu, come narratore per immagini, non sia soltanto disegnatore ma anche cineasta è dimostrato dal fatto che hai appena finito di girare un film. Al nuovo collega auguro lunga e fitta carriera. (così Tango lo chiudi tu per mancanza di tempo e non se ne parla più.)

Volendo puoi ricordare quello “Spazio Donna” di un Festival nazionale dell’Unità - a Modena, credo - dove insieme ci difendemmo dal tiro incrociato di un autorevole gruppo di femministe decise a dimostrare che anche due “compagni intellettuali apparentemente aperti”, come te e me,erano in fondo due maschilisti pentiti ma neanche troppo. Non dimenticherò mai il tuo colpo basso quando, alla domanda “cosa notate, prima di tutto, in una donna che vi viene presentata: gli occhi? la bocca? le mani?il petto? le cosce? il sedere?” tu rispondesti per primo e vigliaccamente “gli occhi”. E io, un po’ per non imitarti, un po’ per timore di piaggeria verso le nostre inquisitrici e un po’ per attaccarle, risposi “sono scelte che faccio solo in macelleria”. Uno a zero, per te. Ma alla fine risultammo ignominiosamente pari.

Puoi di sfuggita accennare anche a quella riunione, proprio con D’Alema, quando fummo convocati insieme con altri compagni “creativi” dalla Stampa e Propaganda per studiare un film collettivo sulla vita quotidiana del nostro partito, in vista di certe elezioni: non se ne fece nulla, quindi è esclusa ogni nostra responsabilità elettorale.

Insomma, fai tu. Scriviti una bellissima prefazione, mandamela, io la firmo e la passo all’editore.

Ah. Fammi avere, a parte, qualche suggerimento per un nuovo epitaffio.

Da barba a barba.

Ettore Scola (settembre 1988)

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