Ci sono in queste “strisce” di Staino tratti che anche chi non ha dimestichezza né con loro né con lui riconosce subito, diciamo pure con una gioia di scoperta. Il primo tratto è l’ironia, autentica, rara per la sua autenticità, non esangue né tendente al sarcasmo oppure alla commiserazione, bensì pungente, come ha da essere. E te la ritrovi nel segno, nella faccia, negli occhiali, nel nasone di Bobo, negli interni ritratti, prima ancora che nella morale delle favole.

Certo, il filo conduttore è quello delle contraddizioni, delle delusioni o delle vere e proprie sberle che la vita, la realtà, gli altri, offrono a una generazione colma di miti e di comportamenti che vorrebbero adeguarsi ad essi.

E, non meno sicuramente, la vocazione pedagogica del comunista, del PCI, viene fuori insistita, persino proclamata come un continuo esercizio di confronto. Ma il bello è che ogni storia non è né frustrante né edificante, che la sua “tipicità”, facendosi autocritica collettiva, non diventa barbosa. Il Bobo delle situazioni familiari, delle vacanze e dei sogni, delle avventure e dei modelli, dal Che a Fidel, da “Baffone” a Khomeini (ma ci si ricorda anche di Rocco Scotellaro e del profondo sud per sorriderci sopra) è fatto di trentenni e di quarantenni, e delle loro compagne, che parlano molto, fumano, si chiedono fino a che punto possano riconoscersi nel loro essere ed essere stati rivoluzionari, ma anche più semplicemente di un uomo degli anni ottanta che è piuttosto contento di avere ancora il cervello che funziona, il cuore che batte, le finestre da aprire sul mondo.

Il secondo tratto che mi pare di riconoscere come non solo divertente ed istruttivo ma più profondo e incisivo, è un discorso che viene rivolto alle altre generazioni, o anche a chi non “si tocca le generazioni”, come suonava una celebre sentenza di Carlo Muscetta, in era presessantottesca. Bobo non è lasciato solo forse proprio perchè è debole, l’autore ha verso di lui una complicità che è una richiesta di solidarietà. Può darsi che un giovanisssimo lo senta già molto datato nel suo difficile abbandono della mamma rivoluzione, nella sua ostinazione a riportarsi alle polemiche interne a una sinistra, vecchia o nuova, tutta diventata storica, a una crisi di valori esistente per coloro che si considerano maturi e per i quali la maturità è frutto. Capire, giustificare, scusare, non è però l’unica chiave del rapporto tra autore e personaggio. Bobo è viaggiatore incauto e curioso, tira a non farsi fregare, né dalla Los Angeles di Kojak né dai collettivi rivoluzionari di Berlino Ovest, né dallo spinello obbligato delle serate di coetanei. Se ho capito bene, dice a tutti che tanto vale non essere né piagnoni né orfani.

Paolo Spriano

Cara Fulvia,
ho riletto le fotocopie, che mi hai mandato, dele storie di Bobo, e me la sono goduta un mondo. E’ un gran bel libro, dove ogni storia, benchè conclusa per impercettibili parentele rimanda all’altra e tutte insieme si fanno rileggere ad libitum, senza mai la minima stanchezza. Mi prendi però alla sprovvista chiedendomi, come appunto fai, una presentazione a tamburo battente, anche perchè, quando ti piace molto un artista, a parte poi l’amicizia e la simpatia che hai per lui, sopravviene una specie di astrazione che impedisce la definizione dei particolari.

Baterebbero il disegno così diretto senza estetismi e narcisismi inutili, la classe di certe battute (che farebbero invidia a Woody Allen) la densità della sceneggiatura (che farebbe invidia a Lauzier), ma poi c’è sempre sul fondo un ingrediente dolceamaramente “nostrano” tipo occhi allegri da italiano in gita, tanto per fare delle citazioni... Tutta roba che vale un Perù. Un abbraccio a Sergio.

Paolo Conte

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