Un mondo di vecchi. E senza presepe

«I neonati sono come gli immigrati, sono nuovi arrivati che vengono a toglierci il posto e a mangiare alla nostra tavola». Tranquilli, non è uno sciagurato slogan leghista, però un giorno o l'altro potrebbe anche accadere di sentirlo in giro un pensiero come questo. Intanto accade di ritrovarlo nel terzo racconto di Natale di Adriano Sofri (letto nel carcere di Pisa nella notte di Natale del 2003) e per il terzo anno consecutivo diventato uno stupendo libro illustrato dai disegni (anzi dai dipinti) di Isabella e Sergio Staino.

Con una novità: il cambio di editore (i due racconti precedenti erano usciti per i tipi di Einaudi Stile Libero), mentre questo L'impero delle cicale (pagine 64, euro 12) è pubblicato da Coconino Press, editore specializzato in fumetti di qualità. E nel cambio
ci guadagna: formato grande, carta pregiata, ottima stampa che fanno apprezzare i toni, persino la matericità, la rugosità dei colori.

Dunque i neonati, come gli immigrati, sono sgraditi nell'ipotetica società del 2053 in cui la morte è stata sconfitta e tutti campano in eterno ma, come nel mito greco di Aurora e Titono, continuano a invecchiare e si trasformano in cicale. E allora, se è stata abolita la morte «è naturale che si abolisca anche la nascita» e logica vuole che venga abolita la «nascita delle nascite», ovvero quella di Gesù. Ma visto che non si può far girare il tempo e la storia all'incontrario, basterà cancellarne la memoria ed impedire qualsiasi celebrazione, laica o confessionale. Si comincia così dai simboli artistici, grattando via da affreschi e dipinti l'immagine del sacro bambinello o quella di San Giovannino. L'effetto, scrive Sofri e commenta con bellissimi disegni Staino, «è singolare: resta una Madonna con le mani vuote, e per attenuarne la desolazione le si dipinge fra le mani un cesto di frutta o una borsa firmata, oppure nel caso di una statua le si infila fra le braccia una matassa di lana, come se stesse aiutando Santa Elisabetta a fare il gomitolo».

Intanto, mentre una speciale polizia stana le donne incinte e gli eventuali parti clandestini, anche la natività viene riscritta, il presepe diventa un reato e le carceri si riempiono di uomini e donne che si ostinano a voler fare nascere figli. Ma è proprio in queste comunità di «asociali e di minoranze devianti» che accade quello che non doveva più accadere. Dapprima simbolicamente, con la comparsa improvvisa nel presepe allestito di nascosto dai carcerati, di un piccolo bambin Gesù, fabbricato col dentifricio e un pezzo di sapone da un detenuto. E poi realmente, con il ventre tondo e gli occhi felici di una zingarella di sedici anni che annuncia il ripetersi del miracolo, questa volta umano.

Si legge d'un fiato L'impero delle cicale, ma poi si torna a leggerlo questo racconto di Natale splendidamente illustrato. Si torna a leggerlo e si medita su questa parabola dell'«assurdo» in cui sono scomparsi l'omicidio e la pena di morte (a che servono se non si può morire?), ma in cui le pene che restano, perchè nel frattempo, come si è visto, sono nati nuovi «crimini», vengono aumentate a dismisura: tanto in carcere si può continuare ad invecchiare all'infinito. In cui non ci sono più aborti clandestini, ma in cui si perseguitano e si puniscono le nascite clandestine, tremendo contrappasso di una società che vorrebbe affermare la vita e invece, giorno dopo giorno, sta costruendo la propria morte.

Renato Pallavicini

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