| Ars
satirica
Per
chi ama la satira è un’età dell’oro,
come lo fu per i melomani quando uscirono i trentatre giri.
Erano anni che in Italia non esisteva una satira disegnata ,
e ora che è esplosa a valanga c’è già
qualcuno che se ne lagna. “Troppa”. “Ripetitiva”.
“Volgare”.
Appunto, a me va benissimo che sia troppa, ripetitiva e volgare.
La satira ha le sue leggi, la sua ars poetica, e può
osare molti atteggiamenti, modi e stili che mal s’addicono
ad altre arti. E’ ripetitiva, eh? Bene, ci fu un tempo,
il tempo del sonetto in cui la ripetizione era una gloriosa
figura retorica; bisognava ripetersi, e possibilmente quasi
alla lettera. Ripetersi su di uno spazio breve non è
una iterazione, è un ritmo, una monotonia calcolata.
Si prenda il corsivo - non è un caso, è un genere
naturalmente incline al satirico; ora, il corsivo è per
eccellenza ripetitivo, e deve esserlo, e guai se, mettiamo Fortebraccio
avesse cambiato stile da un corsivo all’altro. A un corsivista,
come a un disegnatore, si può perdonare una battuta smorta,
purchè lo stile resti il suo, per favore.
“Volgare”
eh? Già; recentemente è stato scritto che un certo
numero di Tango aveva patito una “caduta di gusto”.
E’ l’unico numero che ho perso, maledizione, e può
darsi che abbiano ragione. Tuttavia, il problema mi pare, come
direbbe un docente, “mal posto”. Non è bene
che sia volgare un dopobarba, nel senso che la sua volgarità
è la sua finezza; ma la satira non può rinunciare
alla volgarità. Certo, la volgarità disegnata
ha le sue leggi, e non è opportuno violarle. Pericoli
è privo di volgarità; ma il suo gioco è
fortemente arcadico, cè sempre un momento sociale, sottinteso
o esplicito; diciamo che Pericoli accade sempre tra le cinque
e le dieci pomeridiane.C’è un disegnatore che apprezzo
molto, perchè ha fatto della volgarità, della
brutalità, il suo stemma. E’ Giuliano. Giuliano
si è specializzato in crocifissioni sordide, garantite
da una teologia da suburra, esercitata da ecclesiastici gangster.
Il suo segno è cupo, laido, acre; ma la sua brutalità
non ha nulla di laico; proprio perchè non c’è
in lui traccia di “eleganza”, di classe, Giuliano
ha qualcosa di sacrilego, nel senso che il sacrilegio è
il suo modo per discorrere del sacro.
Credo
che l’attuale momento della satira in Italia sia estremamente
interessante, e non esito a dire che mi interessa mediamente
più della letteratura. Certo, c’è la rapidità;
una battuta con disegno di Altan è una folgore, a leggere
ci si mette più tempo. Ma per ripetermi, dirò
che il problema è mal posto: il fatto è che la
satira ha oggi a che fare con una fantasia tematica e strutturale
straordinaria.
Forattini,
per esempio, è un disegnatore intimamente astratto; non
ha inventato personaggi, non lo vediamo coivolto in un racconto.
Di volta in volta trasforma una situazione in un’immagine
analoga; la sua figura stilistica è la metamorfosi, ma,
avvenuta la trasformazione, non accade altro. E’ il più
esplicito, il modo letterario che gli si addice è l’allegoria.
L’allegoria fa riferimentro a una macchina concettuale,
e questa macchina può essere estremamente oltraggiosa
ed esserlo in modo ovvio. Ricordo la vecchia storia della polemica
Forattini-Spriano, per via di una famosa vignetta, Berlinguer
in pigiama intento a sorbire il tè, mentre dalla piazza
giungevano le grida operaie.
Spriano
protestò, e gli dissero che, naturalmente, essendo un
comunista, non sapeva ridere. Ma Spriano aveva perfettamente
ragione; la sua reazione aveva a che fare con il fatto ovvio
e tangibile che Forattini aveva detto qualcosa, e l’aveva
detto in modo rapido, terribile e inequivocabile. Non era un
esercizio di stile spiritoso, era una dichiarazione politica
precisa. Dicendo “Forattini ha torto”, Spriano trattava
l’allegoria come andava trattata, cioè come un
messaggio disegnato, figurato, che aveva un senso, e a questo
senso si opponeva.
Forattini
è di una linearità appunto allegorica - sto semplificando
un poco, ma il senso è questo - mentre Altan fa qualcosa
di affatto diverso. Il mondo di Altan è assai più
ambiguo, è una sorta di traduzione grafica della sconfitta,
della catastrofe, una didascalia della prevaricazione. Eppure
non è moralistico. Mentre non posso non rispondere “sì”
o “no” a Forattini, non posso dire nulla ad Altan.
Mi sento coinvolto in quei signori di età medio-alta,
che non tanto sono cattivi, che sarebbe moralistico, quanto
sono prove che quell’età nasce da malvagità
di cuore. Avere sessant’anni dimostra una incurabile tendenza
al male.
I bambini di Altan non sembrano destinati a maturare: a loro
potrà bastare invecchiare, ed essere uguali a padri la
cui cattiveria annosa è reduplicata dalla condizione
paterna. Altan è l’inventore del delizioso Cipputi,
ma Cipputi è troppo bravo, è perfino spiritoso,
di uno spirito cipputtiano, che non è lo spirito di Altan.
Lo spirito di Altan è quel signore in poltrona - le immorali
poltrone di Altan - che dice: “Mi vengono alcune idee
che non condivido”. Questo non è Cipputi. A differenza
di Altan e di Forattini, Staino è un narratore puro.
Bobo non potrebbe agire per epifanie, per apparizioni spiritose,
deve agire godendo del privilegio tristo dell’azione,
Bobo può esibire una gamma di contraddizioni, di ambiguità,
di imprecisioni, che ne fanno l’unico vero personaggio
della satira figurale.
Bobo
è straordinariamente cattivante, perchè è
impetuoso, impreciso, codardo, ostinato, genericamente colpevole,
furbo, ignaro, inetto, è, insomma, un personaggio che
ha a che fare con Plauto, con le farse medievali... Ecco, mi
accorgo di aver usato per la prima volta in questo articolo
la parola “farsa”. La farsa è un accadimento
teatrale, e dunque deve avere una storia, e la storia deve essere
farsesca. Staino è un inventore di farse disegnate, farse
concettose, nelle quali il ridicolo ha una strana sonorità,
e il riso è insieme schietto e colpevole.
Se
prendo la gran parte di codesti disegnatori, oserei dire che
in costoro riconosco una qualità non suprema ma rara,
rarissima, ed è la capacità di vivere emotivamente
delle idee; è la loro emotività talora isterica,
o maniaco-depressiva, o tragifarsesca, questa litigiosità
dell’anima che fa di questi disegnatori un fenomeno prezioso,
un vero accadimento dell’intelligenza.
Ero
incline a considerare chiuso il discorso, quando scorrendo con
l’occhio alcuni disegni, mi è accaduto di notare
il rapporto tra battuta e vignetta. Avevo davanti agli occhi
un Altan di annata: Smetti di rinvangare il futuro. E sotto
padre e figlio. Le battute di Altan fanno corpo totalmente con
la vignetta; disegno e parole sono reciprocamente didascalie.
Le battute di Forattini sono meno specifiche; illustrano ed
eccitano l’immagine, non la prolungano. Pericoli in un
senso affatto opposto ad Altan, scrive e disegna insieme - Pericoli-Pirella,
naturalmente; la matrice verbale è essenziale, sempre.
Staino non ha propriamente battute; ma frammenti di monologhi,
residui dialogati, parole a mezz’aria, come accade nelle
farse nelle frettolose e meticolose registrazioni degli accadimenti.
Staino va letto, ha una durata; il parlare impreciso di Bobo
disegna, e il disegno rinvia a una ipotesi di voce.
Il
rapporto tra battuta e disegno ha qualcosa di sottile, stravagante,
come un frammento di recitazione che talora genera un’immagine.
Mi diverte chiedermi che abbiano a che fare queste battute con
la letteratura. Dopo tutto, lo squisito sciocchezzaio di Bertoldo
è in tutte le storie della letteratura.
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