Incontrando
Staino è bello gettare qualche argomento sul tavolo e
poi lasciarlo parlare, è lui che racconta come è
nato il suo amore per il fumetto, il suo lavoro e con lui, parlando
di fumetti, si parla di vita, di Italia, di politica, di persone
e di idee.
Comincia
a raccontarci come sei arrivato (non giovanissimo) a fare fumetti
e al tuo fumetto, molto forte e personale.
Il fumetto è stato uno dei grandi amori della mia vita,
dico è stato perché dopo tanti anni in cui sono
anch’io operatore del fumetto, l’amore va un po’
in overdose; talmente grosso quest’amore che ricordo che
una giornata del ’77 o ’78, ero stato vicino Udine
a parlare della realizzazione del socialismo in Albania, ero
ospite da una compagna, |
cui
ho chiesto se aveva qualche fumetto da leggere prima di dormire,
lei faceva parte del comitato centrale dei marxisti-leninisti,
beh, ho rischiato l’espulsione dal partito per questa
domanda, e quando ho detto se avesse almeno un Tex, ho aggravato
la situazione, perché Tex era, allora, un personaggio
simbolo dell’Autonomia, i nostri nemici. Questo per dirti
come fosse presente anche il fumetto nella dinamicapolitica.
Ma prima ancora, |
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chi
mi ha fatto capire che il fumetto non era solo una piacevolissima
cosa per ragazzini, che a una certa età avresti comunque
dovuto abbandonare, è stato Jules Feiffer, uscirono due
raccolte per Bompiani, Passionella e altre storie e il Complesso
facile, mi capitarono tra le mani e mi piacquero tanto tanto.
Feiffer, usando un linguaggio che mi era caro dall’infanzia,
diceva cose che erano interessanti anche per un giovane, un
adulto. Erano i suoi primi temi della lettura critica della
personalità, una forma di studio delle motivazioni interiori,
prima che sfociasse in un impegno politico così dichiarato,
come è stato dopo. Lui mi ha portato al fumetto ‘grande’
e assieme a lui anche il Giorno, che era un giornale diverso
da quello di oggi, era dell’Eni, nei primi anni ’60:
quanto di più progressista si potesse pensare in Italia.
Il Giorno, fra le varie innovazioni, anche grafiche, aveva anche,
sull’esempio dei giornali anglosassoni, la pagina dei
fumetti: c’era Modesty Blaise, bellissimo il Jeff Hawke
di Sidney Jordan e Jacovitti con Coccobill, Piccolo Re di Soglow…
un pot-pourri di cose, dai non sense all’avventura. Era
diventato un appuntamento fisso, erano gli anni dell’università
e la lettura di questi fumetti era molto importante per me.
Nel ’65 nacque Linus e sfondò una porta aperta,
tutta la parte intellettuale della mia generazione si riconobbe
in Linus, nei grandi autori americani e anche nei primi italiani
(Crepax e poi Lunari), ma non avrei mai immaginato che un giorno
sarei apparso con loro su quella rivista.
Cosa
volevi fare come lavoro da piccolo?
Da piccolo pensavo che da grande avrei fatto l’esploratore
del pianeta e pregavo, con i miei amici, che non scoprissero
tutto, in modo che ci restasse qualche territorio inesplorato.
Poi venne il mito dell’astronauta, poi i sogni divennero
più concreti e pensai di fare il ceramista, l’architetto,
l’urbanista (ho studiato architettura). Che finissi col
fare il fumettaro non l’avevo mai pensato, perché
forse era una cosa troppo bella e divertente. La prima sensazione
che ho avuto, quando ho iniziato, è stato lo stupore
magico quando mi sono arrivati i primi soldi: venivo pagato
per una cosa che per me era un profondo piacere, un’esigenza
organica, quella del disegnare, di fare caricature e fumetti.
Perché i lavori invece sono cose interessanti ma anche
un po’ noiose.
Come
ci sei arrivato, quindi, concretamente a pubblicare?
Nel modo più normale e più inaspettato. In un
mio momento di particolare depressione ho reagito alla mia situazione
abbastanza critica dal punto di vista personale, familiare,
economico e in quella situazione lì, ho fatto delle strisce
per quadrare un po’ il bilancio, per pubblicare magari
su qualche rivista locale e sondare le mie capacità;
gli amici ridevano delle mie strisce e ho trovato il coraggio
di mandarle a Linus, Del Buono le ha subito accettate ed è
stato un successo immediato, come un fulmine, che mi ha cambiato
la vita nel giro di pochi mesi.
Abbastanza
inusuale, cominciare e avere subito successo con un personaggio
che, poi, nonostante tante cose diverse che hai fatto, non hai
più abbandonato.
Sì, di Bobo non ho modificato nulla, le storie così
come le ho fatte all’inizio son rimaste, chiaramente evolvendosi
e correggendosi col tempo, cambiando, non so se in meglio o
in peggio, ma i personaggi e la famiglia e il taglio sono quelli.
Ho colto senza saperlo un momento favorevole, era il momento
in cui
cominciava a venir fuori la voglia di autocritica della sinistra.
Certe posizioni trionfalistiche e dogmatiche andavano superate.
Mi colpì molto, allora, trovare tanti lettori tra i compagni.
Per me mettermi a fare il fumetto era stato un addio alla vita
politica, perché io non ero adatto. Ho capito anni dopo
che in realtà è stato quello il mio ingresso nella
politica, che fino a quel momento avevo fatto solo volantinaggi
e propaganda spesso astratta, la politica l’ho fatta dopo.
Politica
e vita, in Bobo e cambiamento di vita tua.
Sì, prima di tutto economicamente, perché, come
ti ho detto, facevo una vita abbastanza caotica, ero andato
a insegnare Educazione Tecnica alle scuole medie, ed ero in
una situazione, a causa di nuove leggi scolastiche, per cui
stavo per perdere il posto a scuola, con mia moglie ero in crisi
e dovevo separarmi, ma non avevo soldi e per di più la
mia attuale compagna (dei ritratti di Bibi la grande cucina
è piena, ndr), peruviana, era senza permesso di soggiorno,
con problemi con la questura, era incinta di Ilaria e c’erano
problemi per il riconoscimento; ero veramente messo male: Linus
è arrivato ed è stata la fatina che mi ha risolto
i problemi. Tanti drammi che mi attraversavano li ho scaricati
sul mio alter ego, la mia caricatura, Bobo. Lui seguitava a
vivere questi problemi terribili e attraverso le sue disavventure,
io superavo i miei.
Una
grossa fetta del successo di Bobo è dovuta all’autocritica
politica, ma anche a questo lato umano, che si sente sincero.
Credo che i lettori abbiano sentito la sincerità del
racconto, che dietro alle strisce c’erano storie vere.
Certe situazioni erano inventate, ma sentimenti e motivazioni
erano reali e questa era forse anche la cosa nuova, nel fumetto
italiano di quel tipo. Noi avevamo grandi disegnatori di avventura,
lo stesso Crepax si muoveva in quell’ambiente e la satira
invece guardava al Palazzo e, come in Chiappori, lo faceva in
gran parte con personaggi simbolici. L’aspetto di fotografia
del quotidiano e del reale non era stato toccato. Questa scelta
non l’ho fatta scientemente, mi è venuta da sé,
perché probabilmente l’esigenza di mettermi a fare
fumetti si è sposata con l’esigenza di mettere
un po’ di ordine nelle cose dentro di me.
Quasi
un’autoanalisi.
Sicuramente un’autoanalisi; fortunatamente non ho speso
soldi da un analista, ma li ho anzi guadagnati. Che volere
di più?
A
me leggendoti, viene in mente Guareschi, anche se da ideologie
diverse, lo spirito umano è quello, unito alla questione
politica, vissuta in prima persona e al ritratto di famiglia,
della sua vita, addirittura con personaggi simmetrici ai tuoi:
due figli, Ilaria come la Pasionaria…
Mi fai un bellissimo elogio. C’è questa forma
di usare lo scritto, nel suo caso, ma anche il disegno, perché
disegnava e faceva persino foto, fotoromanzi, di usarle in
questa chiave di racconto interno alla realtà, la realtà
vista attraverso la partecipazione sincera fino in fondo e
di cui paghi tutte le conseguenze. L’idea che mi fosse
capitato quello che è successo a lui quando chiese
di andare in carcere, penso senza voler darmi arie, che l’avrei
fatto anch’io, me lo sento molto vicino come gesto.
Sento vicino questo suo riconoscersi in un ideale, diverso
dal mio, ma a cui ha paura di legarsi troppo; è un
inaffidabile di destra come io sono un inaffidabile di sinistra
e questo mi piace molto. (i dirigenti dicono: ‘uno Staino
lo candidiamo alle elezioni?’ E viene fuori ‘no,
è inaffidabile’ e c’hanno ragione!).
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Infatti
fai il fumettista.
Sì, uno che fa il mio mestiere, se non avesse questa
coerenza anarchica di fondo, come farebbe a sfuggire alle trappole
che si hanno davanti? Le trappole sono tante, se non avessi
questa matrice anarchica il rischio sarebbe il trionfalismo,
una falsa coscienza, il mio giornale spesso lo fa e io mi arrabbio:
troppo spesso i titoli sono autoincensativi o propagandistici
e un grave pericolo per chi fa satira politica è cadere
nella propaganda. Allora coltivo con |
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amore
questo spirito anarchico e ribelle che salva la sincerità
della mia opera.
Bobo
ha questa doppia possibilità di essere inserito in storie
estremamente impegnate e politiche o di essere il protagonista
di storie più intimiste e umane, quotidiane.
Bobo ha tutte le possibilità. Facendo le debite proporzioni
e con la modestia del caso, Bobo, se devo fare un parallelo
con un altro personaggio dei fumetti, è come il Paperino
di Carl Barks, perché si muove con gli stessi meccanismi
e con gli stessi meccanismi può raccontare l’oggi
più realistico e quello più poetico o surreale
o vestirsi in costume e viaggiare nel tempo. L’ho messo
in tutte le situazioni, nel futuro, nel passato… Io me
lo sento molto libero, che può fare tutto: il protagonista,
la spalla, la comparsa (ora sto facendo questo racconto piuttosto
impegnativo, più di 80 pagine, su un episodio della resistenza,
e a un certo punto appare Bobo, dovevo fare il padre del giovane
protagonista e m’è venuto spontaneo fare Bobo,
mi tornava bene). È uscito ad agosto su l’Unità
e a fine anno verrà raccolto in volume.
Secondo
te il fumetto ha in sé un movente civile, è particolarmente
adatto a portare messaggi?
Penso di no, il fumetto in sé è una forma di comunicazione,
un linguaggio al pari delle altre, letteratura, cinema, teatro,
televisione; può essere di una stupidità senza
limiti e di una poesia e di una forza politica altissima, dipende
da come è fatto, dai motivi; da chi lo fa.
Come
diceva Rodari (più o meno) “A me viene in mente
una storia così, perché io sono così”:
dipende dall’autore.
Mi spiace che soprattutto nella storia italiana, una supponenza
dei vecchi letterati abbia preso meccanicamente l’idea
della vignetta, che nasce come alleggerimento della pagina,
per abbellirla. Un letterato puro vedeva questo come spazio
sprecato o che serviva solo ad attrarre lettori meno puri. Il
disprezzo verso questa forma di linguaggio credo che derivi
da questa forma iniziale: l’intellettuale sentiva il libro
più importante quante meno vignette e disegni aveva.
È un discorso d’élite, di consorteria, questo
ha fatto sì che i libri con le vignette li si è
fatti per persone che non volevano leggere o per bambini, usando
le immagini come specchietto per allodole, mentre è una
forma di espressione che può portare a grandi capolavori.
Quando il Maus di Spiegelman ha vinto il premio Pulitzer io
sono stato felice, uno schiaffo a tutta la nostra cultura, da
cui vanno accuratamente esclusi Italo Calvino, Umberto Eco,
Giovanni Gandini, Oreste Del Buono… ma sono rimasti pochi.
Parleremo
presto su Scuola di Fumetto proprio degli scrittori e i fumetti.
Ma non è un lavoro facile far uscire il fumetto dalle
gabbie ristrette dei suoi lettori.
Non è facile, anche il lavoro che sta facendo la Repubblica,
che è un lavoro degnissimo, però, se si escludono
i primi titoli fortemente pubblicizzati, ora si tende di più
su cose di più facile consumo; non tutte le scelte sono
state così, ma, tendenzialmente, se si deve scegliere
tra Alex Raymond o Paperinik la scelta cade sul secondo. Si
preferisce un’antologia su Eva Kant a Eisner o altri…
Ci sono delle assenze clamorose, così rischia di essere
una concessione non alla diffusione del fumetto, ma al mercato,
che non fa onore all’iniziativa.
Vorrei
parlare del fumetto comico, che non abbiamo trattato sulla nostra
rivista, e del rapporto tra disegno e testo. Perché nel
comico si tende a considerare importante il testo e a sottovalutare
il disegno.
Se si divide il testo e il disegno, il disegno è l’aspetto
emotivo della striscia o vignetta, quello che ti dà inconsciamente
le emozioni e poi ti prepara a cogliere l’aspetto più
razionale, che è poi la battuta, la scrittura. Io credo
che nei miei lavori ci sia la presenza paritaria di entrambi.
Invece, per esempio, Ellekappa è un’autrice in
cui l’elemento emotivo non c’entra niente, le sue
vignette le puoi recitare, raccontare, e funzionano benissimo.
Altan ha bisogno del disegno perché tu devi vedere l’espressione
‘ammuccata’ di quel personaggio o il suo fisico.
Lo stesso nel mio, hai bisogno di vedere l’espressione
di Bobo, se è triste o perplesso, la sua reazione; la
mia battuta tolta dal disegno, qualcuna regge talvolta ugualmente,
ma è raro, ha bisogno di quel supporto. È raro
anche che il solo disegno racconti tutto, lo faceva bene il
primo Forattini, ma è sempre più difficile arrivare
a una situazione muta, senza cadere nel simbolismo.
Tu hai fatto più fumetto narrativo, ma, negli
ultimi anni, disegni per l’Unità la vignetta quotidiana.
Ho iniziato con grande timore a fare le vignette quotidiane,
perché è sempre stato detto, dai critici e anche
da me, che rendevo meglio nelle storie più lunghe e inoltre,
avendo fatto nel passato la vignetta in prima pagina, so quanto
ti prende di tempo tutti i giorni anche solo a leggere i giornali.
Ma a me piace fare mille cose, lo sai, ho fatto di tutto, giornali,
cinema, televisione, teatro, sono stato responsabile di organizzazioni
culturali, perché mi piace lavorare con gli altri, non
riesco a stare tutto il giorno al tavolino da solo. La vignetta
mi àncora a quel tavolo e questo mi ha terrorizzato,
avevo fatto un accordo per 3 vignette a settimana, ora sono
a 7 vignette, più una tavola domenicale. Ma ho un ritorno
fortissimo dei lettori e questa è la molla migliore,
quando mi fermano per strada per una tal vignetta, senti che
non hai buttato via il tuo tempo. Sono fasi della vita e del
lavoro, dopo il periodo del racconto lungo e oggi attraverso
la fase della vignetta quotidiana.
Questi
periodi dipendono anche dalle occasioni , dai casi della vita,
che ci fanno sperimentare cose diverse.
Dipendono dalle occasioni, da quanto ti tuffi in queste occasioni.
A me piace molto cambiare. Uno dei grandi pericoli che abbiamo
come autori seriali (perché siamo seriali, non scriviamo
un romanzo quando ci va, seguendo solo l’ispirazione),
è quello della routine; le tue strisce diventano routine,
cambiare giornale, storia o struttura mi aiuta a sfuggire da
questo pericolo. Ho aperto spazi, poi li ho chiusi, ho fatto
anche cose incomprensibili come quando mollai Tango e andai
a lavorare a Sorrisi e Canzoni TV, allora ho ricevuto lettere
di persone, che non oso chiamare compagni, che mi hanno accusato
di tradimento, senza capire che era un tentativo di andare a
stuzzicare una fascia di 2.000.000/3.000.000 di lettori.
Come
autore politico e raffinato sei riuscito a essere popolare e
ad arrivare a un pubblico vasto, cosa rara.
Credo anche tramite la collocazione politica in un grande partito.
Ma questo poteva anche essere limitante. Mi ha salvato questa
leggerezza e libertà con cui mi sono collocato, sono
facilmente condivisibile anche da altri gruppi, da un ventaglio
di progressisti che esula da un partito o da una precisa concezione
politica.Sorrisi e Canzoni infatti non è letto solo da
progressisti.
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Hai
anche adeguato le storie allo spazio in cui pubblicavi, senza
tradire il tuo spirito e quello dei personaggi.
Devi sempre scegliere il taglio con cui andare a un giornale,
l’idea che ebbi, quando chiesi io di collaborare con
loro, era di fare critica sulla televisione, era un periodo
in cui la guardavo molto, mi ero anche
comprato un grosso schermo per seguirla, c’era sempre,
attraverso Bobo e i bambini, una chiave di critica televisiva.
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Pubblico una pagina anche su Riflessi (la rivista distribuita
sugli Eurostar) e mi interessa molto, dopo che ho chiuso con
Linus per motivi economici, proprio perché è rimasto
lo spazio in cui posso parlare di quello che non è legato
alla cronaca politica, ma più alle dinamiche di gruppo
e familiari, che sono quelle su cui sono nato e che non posso
mettere su l’Unità o su Sette, dove tutti si aspettano
da me cose sui politici e la politica. E spesso sono gli stranieri
che leggono queste pagine, senza conoscere i personaggi, ma
le seguono ugualmente perché sono storie senza tempo,
ma vere, tra marito e moglie, tra genitori e figli. Così
mantengo vivo questo filone che considero importante, che è
un po’ il primo filone di Feiffer, che dicevo all’inizio.
La
politica in senso più ampio, c’è sotto comunque…
Sì, le dinamiche è chiaro che sono di una famiglia
democratica, dove si cercano modi di educare i figli non conformisti,
dove c’è un rapporto paritetico.
Infine:
che cosa consigli a chi vuol fare il fumetto comico?
Io credo che occorra guardarsi attorno, è un luogo comune,
ma vero, e occorre farlo sia per quello che succede e anche
per ricordarsi quello che si è visto, mentre disegni.
Credo che, comunque la deformi e stilizzi, la realtà
rimane sempre l’ispiratrice fondamentale. Se uno è
un buon disegnatore deve godere della realtà. Io mi ci
incanto, sarà che ormai, per questa malattia, ci vedo
poco e mi ci vuole tempo a guardare; ma anche prima rimanevo
incantato in certe situazioni, guardando come si piega un certo
braccio o come le pieghe con la luce diventano linee. Io riduco
tutto a linee, perché sono soprattutto un disegnatore,
altri rileggono la realtà attraverso i chiaroscuri o
il colore. Si sente quando uno ha guardato e copiato tanti autori,
cosa utilissima, ma che poi quando è arrivato a fare
il suo disegno tiene questi nel background e riparte con questo
bagaglio, ma riferendosi alla realtà e all’interpretazione
che lui ne può dare.
Ma
come si può capire se funziona o meno la nostra battuta?
Per far ridere occorre sentirsi il riso dentro, non pensare
mai che dall’esterno tu possa generare il riso con qualcosa
di artificioso e di meccanico. Lo generi se riesci a trovare
una chiave di lettura che prima di tutto fa ridere te dentro,
è fondamentale, buttar via tutte quelle cose e i meccanismi
artificiosi. E lo si sente, lo vedo quando faccio una vignetta,
che apparentemente la battuta c’è, ma, o perché
già vista o su un terreno già macerato o perché
è contorta, senti intuitivamente che c’è
qualcosa che non funziona, quando ti muove il riso dentro, stilisticamente
può non essere perfetta, va sistemato meglio il disegno
o la frase, ma senti che ci sei. Il riso nasce da una situazione
inconscia interna, se tu costruisci la battuta in modo artificioso
te ne accorgi.
E
se devi fare una battuta su un tema che ti è dato?
Devi sempre vedere questo tema che cosa ti dice a te, cercare
di destrutturarlo al massimo, riuscire a portarlo dentro, capire:
ma tu come lo vivi questo problema? Non te ne frega niente?
Allora fai la battuta sul fatto che non te ne frega niente,
cominci da lì. O hai sensazione di fastidio e allora
parti da quella. Da una situazione di sincerità tua.
Quella è la strada. Io mi muovo così. Ti faccio
un esempio: la Polizia di Stato ha fatto quest’anno un
calendario chiedendo vignette sulla polizia ad alcuni disegnatori
satirici, anche a me. La cosa mi ha imbarazzato, storicamente
sono sempre un po’ diffidente verso la polizia, sono portato,
da anarchico, a vedere la polizia come strumento, non tra i
più simpatici, dell’istituzione, ma politicamente
mi rendevo conto che la parte che me lo chiedeva era la parte
più progressista e che comunque della polizia c’è
bisogno, non se ne può fare a meno: valorizziamo dunque
la parte migliore; però c’erano stati i fatti di
Genova e Napoli… era insomma una situazione problematica;
mi dispiaceva non farla, ma non poteva né essere troppo
violenta, né, tantomeno, inneggiante. E in questa situazione
ho preso il mio smarrimento e l’ho sviluppato: così
c’è Bobo che disegna un Bobo poliziotto (vedi figura)
e l’hanno messa! Ed è stata citatissima dalla stampa,
perché alla fine coglieva proprio la contraddizione,
diceva “questa è una forma di intelligenza, ma
attenzione, che alla fine quelli intelligenti li buttan fuori”.
Il
ritmo che serve nel comico, come lo trovi?
Ho cominciato col ritmo delle 4 vignette, rigorosamente schulziane,
le classiche strisce. 4 vignette quadrate riprese, come struttura,
pari pari da Charlie Brown e costruite con quel ritmo, nella
prima il personaggio che pone il problema, la seconda lo sviluppa
e arriva a un momento di rottura, la terza, possibilmente, dà
il tempo comico, cioè muta, in cui si prepara la battuta
e nella quarta la battuta. Nelle storie lunghe mi è uscito
abbastanza facile sceneggiare, in genere funzionano bene sin
dalle prime. |
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