Attenti a quel satiro

di Raethia Corsini

L’appuntamento è a Sanremo nel foyer del teatro Ariston, l’occasione è il Premio Tenco del quale ha firmato la scenografia. Arriva, gli vado incontro, mi presento: prende il mio volto tra le mani e lo avvicina al suo, così tanto che penso voglia baciarmi. "Scusi, ma per capire chi ho davanti ormai devo usare il fiuto e il tatto". Accanto a lui la moglie Bruna, donna di intensa bellezza, comprendendo il mio imbarazzo mi fa capire che il marito non vede. Sapevo che Sergio Staino, una delle colonne della satira italiana, soffre da anni di una fortissima forma di miopia, come Bobo, il personaggio delle sue strisce, ma non sapevo fosse degenerata in semicecità.

Posso domandarglielo subito?

Vuole sapere quanto vedo?

Si, grazie.

Di recente ho infilato le mani in un vassoio di panna perché pensavo fossero dei fazzolettini (ride). Me ne capitano di cose buffe, ma ironizzo, se mi intristissi perderei gli amici!

La prossima domanda d’obbligo è…

Come faccio a disegnare? Glielo spiego. Il cervello è una macchina meravigliosa: prima di tutto ricorda com’è vedere. Quando nel 1978 si ruppe la prima retina, la presi malissimo. Pensavo che non avrei mai più potuto fare uno schizzo. Il disegno per me è serenità, ritorno al ventre materno. È stata mia mamma a darmi il dono: fin da piccino ridisegnava con me i libri di fiabe. Da grande, per stare bene, prendevo in mano una matita. Il distacco della retina fu una tragedia. Poi il cervello si è adattato al nuovo livello di informazioni che gli potevo dare, eliminando le storture e rendendo più chiari i concetti. Prima facevo disegni troppo scuri e standard. Con la miopia degenerativa il tratto è diventato insicuro, ma più distintivo e aperto. Dopo un anno e mezzo è nato Bobo. Una rivalsa verso una sorte ingrata: diventare un grande disegnatore dopo aver perso la vista! Oggi vedo immagini confuse e sovrapposte; percepisco lo spazio, ma non vedo scalini, colonne, porte e i volti sono appannati. Nel lavoro mi aiuta la tecnologia: disegno con il touch screen e al pc posso ingrandire tutto. Poi c’è mio figlio Michele, 26 anni, che si occupa dell’editing, colora le vignette, gestisce il sito, anche se nella vita fa il musicista jazz.

Sergio Staino, nato a Piancastagnaio di Siena nel 1940, vive da sempre sulle colline fiorentine. In Toscana è diventato architetto e fino a 38 anni ha insegnato applicazioni tecniche alle medie. È con Oreste del Buono, direttore di Linus, che arriva la svolta: nel 1979 pubblica la prima striscia di Bobo, suo alter ego, dei figli e della moglie ai quali fa raccontare i turbamenti di una generazione e della sinistra politica. Lo fa dalle pagine dell’Unità, alla quale resta fedele ancora oggi e per la quale ha fondato e diretto Tango. Nato nel 1986 il settimanale raccoglieva tutte le più grandi firme della satira italiana. In quegli anni Staino lavorava anche per la televisione: è suo Cielito lindo, uno Zelig ante litteram, palco d’esordio di Luciana Litizzetto, Aldo Giovanni e Giacomo, Bebo Storti, Claudio Bisio. Oggi, a parte le vignette, lavora per il teatro e scrive libri. "Lì devo censurarmi meno, sui giornali e in tv è una guerra: pensiamo agli scandali intorno alla satira religiosa."

Perché sulla religione non si può?

Tutte le forze politiche guardano al Vaticano come riserva e sponsor per i voti. Oggi in Italia sono possibili solo battute al limite dell’affettuosità. In Francia, la rivista Charlie Hebdo, alla morte di Wojtyla, pubblicò una vignetta: il Papa, piccolo come la bollicina in una nota pubblicità, perso in un mare nero diceva "ehi, c’è nessuno?" Io ne avevo una su Benedetto XVI. Erano uscite due notizie: a Colonia il Papa aveva ricevuto due milioni di giovani, il giorno prima un vescovo era stato condannato per pedofilia. "Papà - diceva Ilaria - sai che due milioni di giovani hanno incontrato il Papa?" E Bobo: "Di questi tempi è meglio non andare da soli a trovare le gerarchie ecclesiastiche". Non la proposi.

Autocensura…

Bisogna sapere fino a dove ci si può spingere quando si lavora per un editore: non avrei potuto pubblicarla sull’Unità e da nessun’altra parte.

Perché sta ancora all’Unità?

Voglio parlare alla sinistra in modo duro. Se attaccassi D’Alema dalle pagine del Corriere della Sera si sentirebbe meno infastidito. Fa più rabbia la critica dal cuore del suo organo di partito. E infatti si stizzisce spesso.

La sua posizione sulle vignette contro l’Islam?

La sinistra ha capito meno della destra: non si trattava di comprendere i poveri arabi, ma di difendere il principio secondo il quale, questi stronzi di disegnatori, avevano il sacrosanto diritto di disegnare qualunque cazzata, perché disegnare è libertà di espressione, non licenza di uccidere.

Dove deve guardare la satira del terzo millennio?

Come sempre verso le ipocrisie di ogni provenienza.

Idee per il futuro?

Quella che mi stimola di più è un nuovo inserto satirico. Me lo hanno proposto all’Unità.

Un nuovo Tango?

I ritorni al passato non funzionano mai, ma come genere preferirei lo sberleffo del Male (rivista satirica fondata da Vauro, 1978-1982, ndr)

Lo farà?

Ce ne sarebbe bisogno. C’è un’oggettiva omologazione tra destra e sinistra e ci sono oscurantismi da entrambe le parti. Mi colpiscono i piccoli opportunismi: la corsa alle poltrone, lo spreco di denaro pubblico per pensioni d’oro, la sinistra che accampa le stesse difficoltà della destra a dare la grazia a Sofri. Di spunti ce ne sono mille.

Ha già un progetto in testa?

Serve gente nuova e un nuovo linguaggio. Io e gli altri vecchi satiri potremmo dare una mano. Alla denuncia e alla risata bisogna unire la didascalicità se si vuole arrivare al cervello dei giovani. Non è più come un tempo, quando bastava una parola per capire da che parte stavi perché le appartenenze erano nette. È una sfida che deve raccogliere la nuova generazione, e di giovani pronti a farlo ce ne sono. Penso ai ragazzi del mensile Il pizzino di Palermo. E poi si dovrebbe aprire ai nuovi media: immagino una rivista globale, con anche autori stranieri. Tra gli italiani? Chiamerei ElleKappa, Vincino e Altan, che restano grandi compagni di strada.

Glielo ha già detto?

Glielo dico ora

Seduto in poltrona, Staino risponde e ascolta porgendo fisicamente l’orecchio, come se l’udito avesse anche il ruolo della vista. Tiene la mani appoggiate sul bastone, ma ogni tanto le allunga per sfiorare le mie.

Dica la verità: ci gioca un po’ con la storia del fiuto e del tatto?

Sono come Monsieur Fatiguée, il protagonista del mio ultimo libro Il mistero Bonbon: un esule comunista sessantenne, che non vede un cazzo, per la sua miopia combina molti casini, però si sente un uomo di successo, che piace alle donne per le quali è disposto a tutto.

A tutto?

Sono di una generazione educata al maschilismo feroce. Da piccolo mi spiegavano che "la donna dice no per principio, ma tu devi insistere: se arrivi a toccarla tra le gambe dirà si". Era l’autorizzazione allo stupro. Io la violenza non l’ho usata e mi pare già un successo. Gli uomini si pavoneggiano per nascondere frustrazioni e anch’io raccontavo di un sacco di scopate, ma non le facevo. Detto questo, le donne mi piacciono molto e, si, la miopia mi autorizza a usare di più il tatto, in tutti i sensi. Provo tenerezza anche con gli uomini, ma è tardi per arrivare alla bisessualità.

Sua moglie che cosa dice?

Con Bruna, che poi è Bibi nella striscia, dopo 33 anni ci amiamo ancora alla follia, ma se sentiamo attrazioni per altri non ci limitiamo. Le coppie che non lo fanno hanno forse paura che l’unione finisca, forse non sono sicuri l’uno dell’altra.

Che cosa la lega a Bruna?

Una visione simile del mondo e il sesso: il suo corpo, l’odore, la pelle, le mani. È la donna che mi eccita in assoluto di più. Quando la sogno poi, sono felicissimo: i miopi e i semiciechi fanno sogni colorati e nitidi. Così, oltre a sentirla, la vedo di nuovo.

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